Agire, agire, agire (e prima pensare)

 

Le grandi manifestazioni di venerdì 27 settembre hanno chiuso la settimana di azione per il clima, promosse da gruppi di giovani, a livello mondiale, ispirati dalla protesta di Greta Thunberg. Greta, su Twitter, riferisce che i primi dati parlano di almeno 7 milioni di partecipanti, scesi in piazza ai quattro angoli del Pianeta.

La prima domanda è la seguente: il clima sta veramente cambiando? Per trovare risposte fondate conviene cercare fonti autorevoli, e dunque rivolgersi agli scienziati. Gli studi scientifici che investono in qualche modo il tema sono migliaia, e per la loro stessa mole chiedono un impegno che supera la portata di un comune mortale, e anche quella di un uomo politico medio. Per questo le Nazioni Unite hanno dato vita ad un organismo specifico, lo Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), di cui fanno parte centinaia di studiosi di varie discipline, provenienti da tutto il mondo, che ha esattamente il compito di leggere e valutare tutti gli studi scientifici prodotti sul tema del cambiamento climatico. Il loro lavoro viene poi sintetizzato in report che vengono pubblicati e diffusi in rete.

I report pubblicati da IPCC parlano chiaro: la Terra si sta riscaldando progressivamente e con un ritmo piuttosto deciso. Si tratta, ovviamente, delle temperature medie che vengono rilevate e calcolate a livello globale, e che vengono paragonate alle analoghe misurazioni effettuate, ad esempio, negli anni 1900-1910 e 1950-1960.

Le cause del riscaldamento globale? Le numerose attività umane che immettono nella atmosfera quelli che vengono definiti “gas serra”, come CO2, metano, e altri. Derivano, come noto, da varie fonti e dalla combustione di combustibili fossili, petrolio e carbone in primo luogo, ma anche dagli animali ammassati negli allevamenti, che costituiscono una consistente fonte di metano rilasciato in atmosfera.

Che fare?

Per prima cosa mettere a fuoco la nostra visione: prendere in mano e affinare la nostra visione del mondo, della nostra vita e della vita degli altri esseri.

Una certa visione del mondo, diffusa e pervasiva, continua a dipingere la Terra come un grande serbatoio di risorse, disponibili e accessibili, e basta allungare la mano, o scavare un pozzo, e si può prendere quel che si vuole, e avere una “crescita” continua e senza fine: basta avere i soldi, per pagare, naturalmente. Tutto si vende e tutto si compra nel grande Supermercato globale. E i rifiuti si buttano nella spazzatura, magari “differenziata”, e i gas tossici e serra si buttano, con tranquilla coscienza, in giro per l’aria, in balia dei venti.

Ebbene, questa visione del mondo è povera e falsa.

Questa visione del mondo ci sta portando, a grandi passi, verso la catastrofe climatica: gli ecosistemi non sono in grado di modificarsi e adattarsi ad un rapido innalzamento delle temperature medie globali. Le conseguenze sono le estinzioni di massa: quella umana è una delle numerose specie viventi inserite nella lista, perché gli uomini – e sono vari miliardi – camminano e respirano e mangiano se esiste un mondo ancora vivibile.

L’atmosfera non è un grande nulla, una grande discarica gassosa, disponibile gratis, dove bruciare e fumigare a piacimento quel che si crede; la Terra non è una grande miniera a cielo aperto, dove cavare ogni elemento e dove sversare, seppellire, ammucchiare e disperdere ogni genere di immondizia, ogni specie di rifiuto tossico, da lasciare in eredità alle generazioni future.

Che fare?

Due cose: pensare ed agire. Pare strano, ma a volte si evita di fare e l’una cosa e l’altra, almeno seriamente, e ci si contenta di quattro chiacchiere di superficie. Ovviamente, per poter pensare occorre prima informarsi: IPCC, data la complessità dei report che produce, realizza delle sintesi destinate ai “policymaker”, i “decisori politici”, gli uomini che stanno al governo. Queste sintesi sono on line, tutti le possono scaricare e leggere.

Possiamo così sederci tranquilli e aspettare che il governo di Roma, e i governi, discutano e approvino le misure più efficaci?

Che fare?

Aspettare che i governi decidano e ci dicano cosa fare? Sicuramente, e necessariamente, i governi e i parlamenti devono fare la loro parte, e le manifestazioni di piazza sono un pungolo utile e potente. Ma possiamo fidarci della tempestività, della efficacia, della assennatezza, della onestà degli uomini di governo? Le risposte alle prime due questioni sono, molto probabilmente, “no”: anche nel migliore dei mondi possibili, i tempi di reazione dei governi sono piuttosto lunghi, e dunque sarà necessario continuare a premere e manifestare, perché si tratta di mettere mano ad un sistema intricato e solido di interessi costituiti. Ma la questione climatica è una emergenza, letteralmente, e come tale deve essere affrontata.

In secondo luogo c’è il problema della efficacia, cioè della incidenza effettiva delle decisioni di governo. Ebbene, forse qualcuno lo dimentica, non è tutto nelle mani di un governo insediato a Roma, o a Parigi, o a Londra: a casa mia il governo sono io; a casa tua il governo sei tu. E dico “casa” a ragion veduta, perché una delle fonti di “gas serra” è costituita proprio dalle abitazioni, e dagli uffici: nessun governo, da Roma, verrà a controllare come e quanto si riscaldano le mura domestiche. Nessuno verrà a vedere cosa si mette nel carrello del supermercato quando si fa la spesa, o se si seguono le mille altre pratiche che non portano impatto sull’ambiente e sul clima. Insomma, il governo, nel nostro pezzetto di mondo, siamo noi, e sta a noi cominciare ad agire.

Se la casa brucia, ed è quello che sta avvenendo, si smette di buttare benzina sul fuoco, e si corre a spegnere l’incendio, non si sta ad aspettare che lo dica il ministro di turno.

 

Nella foto, un frammento della manifestazione di Venezia.

Ragazza in bicicletta, una sera

 

 

Un tratto di linea ferroviaria dismesso. Una proposta: realizzare una pista ciclabile che riutilizzi il sedime, e unisca due punti di Chirignago in maniera sicura per ciclisti e pedoni. Si tratta di meno di 3 chilometri, dalla località Valsugana fino ad Asseggiano.
Il tratto è quasi rettilineo, salvo piegare leggermente verso Nord, e si snoda lontano dal traffico, dai fumi, dai rumori, in parte in mezzo a campagne con vista aperta, in parte accanto a case e giardini alberati.
Un gruppo di persone attive si impegna, e si raccolgono parecchie centinaia di firme. Si consegnano le firme all’Assessore, presso la sua sede: strette di mano, foto di rito, articoli sui giornali. Anno 2012 (cito a memoria). Ma il sedime è delle “ferrovie”. Si dirà, poca cosa, questione di pratiche burocratiche.
Invece passano gli anni: uno, due, tre… Dopo sei anni, finalmente, fine estate 2018, iniziano i lavori per tagliare i rovi, spianare la massicciata e stendere un sottile strato di un particolare rivestimento poroso. Pochi soldi, in effetti, a confronto dei benefici attesi.
I lavori procedono.
Eppure, qualcosa manca. La via sulla quale affaccia la mia casa, una via laterale, tranquilla e priva di traffico, molto sicura per i ciclisti, unisce esattamente la pista ciclabile in costruzione con il più ampio parco pubblico di Chirignago, e subito dopo con la via principale, e con i vicini poli delle scuole elementari e delle medie. Eppure la recinzione in cemento, realizzata giustamente per separare la via dai binari della linea ferroviaria, rimane al suo posto.
Domanda: qualcuno, in sei anni di progettazione, ha pensato di realizzare un semplice taglio e una piccola rampa per consentire il passaggio e l’accesso alla nuova pista?
Cronometro alla mano, misuro i tempi dalla ultima casa della via al punto corrispondente sulla massicciata della ex linea ferroviaria, a dieci metri in linea d’aria, oltre la recinzione.
Sono otto minuti a piedi per arrivare allo stesso punto, girando in tondo, e passando per centinaia di metri di strada senza marciapiede.
Voglio vederci chiaro. Computer, sito internet del Comune di Venezia, alcune telefonate a vari uffici.
Presto, con molta cortesia, richiama l’ingegnere responsabile del progetto, che già avevo avuto modo di conoscere. Fissiamo un incontro a distanza di pochi giorni. Nel suo ufficio – 6 novembre 2018 – ho modo di visionare con calma il progetto della pista in costruzione: l’accesso diretto alla via e al parco, in sicurezza, semplicemente non è previsto. Motivi burocratici, dice in sostanza l’ingegnere, impediscono la realizzazione, anche se proverà a sentire un certo ufficio competente. Forse è necessario, ancora una volta, mettersi a raccogliere firme, per ottenere ciò che pare così ben motivato e semplice da realizzare, ora che il cantiere è aperto.
Comincio a parlare della cosa con i vicini, a informare che non è prevista la realizzazione di un passaggio.
Inizi di dicembre, telefono ancora all’ingegnere, il quale conferma che è ancora tutto come prima.
Passano le Feste, inizia il nuovo anno. Tra gennaio e febbraio qualcosa si è mosso negli uffici del Comune: una impresa interviene e taglia la recinzione e il muro di sostegno, aprendo un varco. Iniziano i lavori di costruzione della rampa: cemento grezzo, poi la finitura di superficie, infine, una funzionale ringhiera in acciaio.
In questi giorni, in queste sere d’estate, è bello vedere la gente che accede in sicurezza alla nuova pista, le comari che passeggiano comodamente discorrendo del più e del meno; uomini che corrono avanti con scarpette e calzoncini; nonne e bambini con il casco che spingono sui pattini; coppie di genitori che spingono infanti su carrozzine; compagnie gioiose di ragazzi e ragazze che pedalano in bicicletta.

Due meli, un passo

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Ieri ho messo a dimora due alberi di melo. Le ricerche, in internet, erano state sviluppate in autunno e ora, in primavera, ho agito. Ho contattato un vivaio che ricerca e riproduce varietà antiche, coltivate con metodo biologico, e che si trova presso il Lago di Garda. Non mi sono mosso di casa: ho fatto la selezione dal catalogo pubblicato sul sito, ho telefonato per chiedere consiglio e poi per ordinare, e il corriere ha consegnato le piante in meno di 24 ore, giovedì.

“Abbondanza rossa” è già in fioritura, e appare nella foto.

Cinque ore di lavoro, ieri, per misurare e decidere esattamente il posizionamento di “Jambon”, e scavare la seconda buca. Quindi, conficcato con la mazza due paletti di sostegno, frantumato bene la terra, rimessa nella buca, cavato dal vaso la pianta, messa in posizione al giusto livello. Poi calcato un poco il terreno e spianato bene, annaffiato con alcuni litri d’acqua, legato la pianta ai due tutori laterali. Questo per ciascun alberello che, se tutto procede, diventeranno alti 4-5 metri, e regaleranno pomi dalla buccia di un vivace colore rosso.

Sono stato alcuni minuti a contemplare il lavoro finito.

Che soddisfazione.

Un lavoro autentico. Un lavoro produttivo, fisico, fatto con le mani, con le gambe, con la schiena, sotto il sole di aprile, carezzato da una leggera brezza. Un lavoro che unisce l’arte umana del vivaista, che ha innestato le varietà su portainnesto MM 106, e la natura, che si risveglia e caccia fuori nuove gemme e foglie, e fiorisce in primavera.

Sono stato a contemplare, e notato le api che veloci guizzavano già a studiare la nuova pianta, ancora un fuscello di 140 centimetri, ma già fiorita di rosa e di bianco.

19 aprile 2019, ho messo a dimora un contributo, piccolo forse, ma concreto, alla vita di questo pianeta Terra. Le mele, frutti deliziosi, salutari già nei detti popolari, matureranno nel mio brolo. Non più decine di trattamenti con sostanze chimiche spruzzati per le valli, non camion fumiganti giù per la Valsugana, non più banconote firmate da Mario Draghi – secondo calcoli approssimativi risparmierò circa 150 euro l’anno –, non più lavoranti che sudano in Trentino.

Solo un cappello di paglia calcato sulla testa, una scaletta con pochi gradini, una mano che si allunga a cogliere i doni della natura.