Un premio ambito. Vittoria!

Il giardino che ho realizzato è un gesto d’amore. E’ stato premiato, ed è un riconoscimento importante che sottolinea la validità della impostazione. Si tratta della targa assegnata ai “Giardini naturali”, che sono certificati tali e rispondono a una serie di requisiti.

Ecco il testo: Questo giardino è un paradiso per la natura! La sua gestione naturale favorisce la biodiversità: piante e animali selvatici indigeni vi trovano rifugio e ristoro. Per questo motivo Pro Natura ha premiato questo giardino con una farfalla.

E’ naturale perché gli alberi, gli arbusti e le siepi sono in grande prevalenza indigene o naturalizzate da secoli, perché il prato è costituito da erbe spontanee che crescono fino a fioritura, perché nessuna sostanza chimica viene impiegata nella parte destinata all’orto.

E’ un giardino di limitate dimensioni, in tutto circa 220 metri quadrati, ma che ospita stabilmente o viene visitato regolarmente da una moltitudine di animali. Le api, ad esempio, anche quelle selvatiche, trovano ampio pascolo per fare bottino. In stagione, sulle siepi fiorite, è un ronzare incessante di centinaia di esemplari. Le farfalle sono una delle presenze più visibili e colorate, e trovano alimento anche sul prato fiorito. La tosaerba a motore, che produce un baccano infernale, che ingurgita benzina e produce fumi tossici, giace abbandonata da più di dieci anni in un angolo del magazzino. Ho comperato una falce a mano, e tratto il filo con la pietra avanti e dietro, e poi con movimenti ampi e regolari passo sul prato, come usano ancora i contadini. Una volta all’anno, e mai sull’intera superficie. E’ importante falciarne solo una porzione alla volta, in maniera che sempre siano disponibili parti con le erbe alte. Gli steli tagliati rimangono poi sul posto, a fare da pacciamatura. In silenzio si falcia senza fretta, con sano movimento, con l’orgoglio di una attività indipendente, con la felicità di una azione di cui sono capace.

Alle volte alcune farfalle Vanessa Atalanta, coloratissime, vengono in visita al Calicanto fiorito in pieno inverno, a febbraio, quando a mezzogiorno il sole splende radioso.

Varie specie di coleotteri sono stanziali, come pure alcune di sirfidi e di ortotteri, e si distinguono i “grilli dei cespugli”, eleganti nella loro vivace livrea verde, accanto a qualche esemplare di comune cavalletta dei campi. In stagione fervono le attività di esemplari grandi e piccoli, dalle libellule in visita, alle lucertole che a decine si appostano sui muri, ai merli dal colore sobrio, fino alle colorate ghiandaie, o ai rondoni che sfrecciano in formazioni anche di 15 esemplari, e sonori sibilano a due metri sopra la testa. E poi, in volo o appollaiate nei pressi, eleganti gazze e, alle volte, cornacchie grigie.

Il piacere di stare nella natura dipende dalle qualità oggettive dell’ambiente, ma anche dalla capacità di vedere, di osservare, di prestare attenzione concentrata.

E’ il primo mese dell’anno 2022, e sarà un anno speciale. Nel giardino c’è forse spazio ancora per due piccoli alberi da frutto, autoctoni, perché il gusto delle mele del proprio orto è insuperabile, ma ancora devo misurare, e considerare, perché le piante hanno bisogno del loro spazio vitale.

Spazio di sicuro c’è per ampliare il giardino interiore, per le nuove conoscenze, per le nuove amicizie, per le relazioni significative. La nostra vita è nelle nostre mani, e possiamo lasciare crescere i doni della natura, e cogliere con dedizione le erbe salutari che germogliano nel nostro animo, e coltivare nel nostro intimo brolo le verdure e le piante più ricche e saporite. Sta a noi godere e far crescere il giardino della nostra mente, e tenere lontano le invidie, i rancori, i pensieri tossici, le brame servili, i desideri fasulli indotti dalla pressione sociale.

La qualità di un giardino interiore non si misura con il metro.

 

Buio

<E quindi uscimmo a riveder le stelle>. E’ l’ultimo verso dell’Inferno, e Dante e Virgilio escono all’aria aperta, a guadagnare sollievo. Ma non è giorno, non sono accolti da una luce intensa, da un sole abbagliante. E’ notte, e si vedono le stelle.

Oggi, in tanti luoghi, le stelle non si vedono più. Ci sono, sono al loro posto, ma non si vedono. A Milano, come in molte città della Pianura padana, la visione delle stelle è impedita dal riflesso delle lampade che, dal tramonto all’alba, stanno accese. Anche lontano dalle mura cittadine, spesso, risulta difficile vedere la stella polare, e a malapena si distingue il Grande Carro, e in parecchie occasioni neppure quello. Bisogna attendere notti terse, con l’aria mondata delle polveri sottili e dei vapori, per poter vedere alcune manciate di stelle.

Per vedere un vero cielo stellato, per vedere la Via Lattea, per capire cosa significa una galassia, è necessario salire in quota, andare in vallette di montagna a 1.800 metri, lontani dai villaggi e dalle città alpine abbagliate dalle luci.

Probabilmente ci sono persone, in Italia, che non hanno mai visto la Via Lattea.

E’ una esperienza, la visione della Via Lattea, non la si conoscere per sentito dire, non è sufficiente andare a cercare un video sul web.

Dal tramonto all’alba, ogni notte, feriale e festiva, i Comuni spendono il denaro dei contribuenti accendendo luci bianche, gialle e arancioni. Per illuminare cosa? Viuzze secondarie dove, nel cuore della notte, non passa praticamente nessuno; sentieri di parchi pubblici che, attenzione, non sono accessibili, perché alla sera i cancelli vengono sbarrati. Cancelli chiusi e robusta recinzione, parchi ovviamente deserti, luci accese tutta la notte.

Dove non arrivano le luci piazzate dagli impiegati comunali, arrivano i privati. Villetta, scoperto, quindici metri quadrati di erbetta verde, quindici di marciapiede, quattro, cinque, sei lampade, accese, tutta la notte.

La lampadina, una invenzione utile – non è questo il punto in discussione – piazzata in alti lampioni per illuminare a giorno, da gennaio a dicembre, con pioggia e con sereno, tutte le notti, i parcheggi vuoti dei cimiteri.

E’ questa la buona amministrazione della cosa pubblica?

Per parlare chiaro: milioni di lampadine accese a illuminare i gatti e i grilli, consumano se stesse, in primo luogo – e significa inquinare per produrle, distribuirle, montarle, smontarle, smaltirle – e consumano energia elettrica – e significa centrali elettriche che producono, direttamente e indirettamente, tonnellate e tonnellate di gas serra e di gas tossici.

Il buio è forse un nemico da snidare, perseguitare e distruggere in ogni dove, bombardato da fari allo xeno, lampade a led, e vecchi tubi al neon; oppure è un bene di immenso valore, da conoscere, apprezzare, coltivare, amare?

Il buio è necessario, il buio ha valore, il buio è importante.

Il giorno, inondato di sole, caldo, luminoso, può essere compreso solo a partire dalla notte, fresca, ricca di stelle, pianeti e lune falcate e, soprattutto, buia.

Il buio offre doni speciali a chi lo sa comprendere, a chi ha superato le infantili paure del babau, a chi ha superato e compreso il reale significato di una società <24/7>, fatta di schiavi che sgobbano 24 ore su 24 agganciati alle loro macchine.

<<Il buio ci serve per pensare, ed è qui che il suo sapere risuona con maggior vigore: per concentrarci, entrare in rapporto con il nostro centro>> scrive Francesca Rigotti, filosofa, in un libro di piccole dimensioni, e spiega i danni di un mondo sovrailluminato, e la necessità di mantenere la distinzione tra giorno e notte, per dare senso alle ore con il sole e alle ore con la luna.

Buio.

 

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Legami

Le piante di pomodoro amano crescere abbrancate a dei tutori, e nell’orto ho posizionato dei sostegni a forma di cavalletto, con rami verticali lunghi oltre due metri, che si incrociano a due a due a circa 180 centimetri da terra. Un ramo orizzontale posto sopra collega tutte le coppie e forma una struttura leggera e solida.

I rami derivano dalla potatura dei miei due aceri, che ogni anno cacciano dei nuovi getti sufficientemente robusti per reggere i pomodori. Con un paletto e un martello ho ricavato dei fori nel terreno, e inserito i rami verticali. Quest’anno ho introdotto una novità: mi sono limitato a togliere le foglie secche dai rametti laterali, che però ho lasciato al loro posto. I rametti laterali, sottili e flessibili, sono serviti quali legami naturali per fissare il ramo orizzontale alle coppie verticali. Insomma – come si vede in primo piano nella foto – non ho utilizzato alcun tipo di corda, cordicella o fascetta fabbricata da altri.

La tecnica dei legami costruiti con rametti flessibili è utilizzata in agricoltura da tempo immemorabile e, a quanto ricordo, l’ho appresa e memorizzata da ragazzo osservando dei contadini al lavoro nella vigne. Questa è tecnologia allo stato puro, efficace ed economica, ed è perfettamente democratica, perché può essere applicata da chiunque senza la necessità di dover acquistare qualche cosa. Non solo, i rametti laterali che ho lasciato lungo i rami verticali serviranno ad abbracciare le piante di pomodoro nella loro crescita e a sostenere il peso dei frutti.

L’intera struttura di sostegno è stata prodotta completamente in maniera autonoma, e deriva totalmente dagli aceri del mio giardino, che ogni anno provvedo a potare. Sostegni a chilometro zero, che hanno richiesto solo l’energia delle mie mani per la loro fabbricazione.

I legami naturali fatti con i rametti hanno consentito l’eliminazione di ogni elemento artificiale, anche piccolo, e dunque non producono alcun tipo di inquinamento. In questo modo ho potuto fare a meno anche delle ultime strisce di plastica che avevo utilizzato l’anno passato e che ben difficilmente possono essere riciclate.

Le soluzioni tecnologiche più avanzate ed ecologiche sono, alle volte, sotto il nostro naso, e sono magari collaudate e impiegate da millenni.

 

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Passi nuovi – terza parte. Fare la differenza

La vera emergenza, che mette in pericolo la nostra vita, è quella ambientale. Ne abbiamo parlato nei tre video precedenti.

Cosa posso fare io? Questa è la domanda da porre. Chiara, diretta.

La risposta è: tutto. Significa che tutto – tutto quello che avviene come conseguenza di azioni umane – dipende da noi. Attenzione, non un noi generico, ma con un nome e un cognome, dipende da me, dipende da te. Puoi fare la differenza. Il tuo comportamento può fare la differenza: contribuire attivamente alla distruzione della vita sul pianeta (anche la tua vita) aggiungendo il tuo mattoncino di inerzia e complicità; oppure, al contrario, prendere una decisione e cominciare ad agire per cambiare la situazione, passo dopo passo, mattoncino dopo mattoncino. Un mondo pulito è possibile.

Un poco più pulito è possibile da subito. Tu conti. La tua azione è influente. Puoi subito fare pulizia nel tuo mondo, entro la tua borsa, entro la tua casa, entro la tua vita. Adesso.

La tua azione – sommata a quella di migliaia, e milioni di altri – ha un impatto decisivo.

Per questo non è necessario avere l’autorizzazione del governo; non è necessario attendere leggi, normative, decreti legislativi. Intendiamoci: governo e parlamento svolgono un ruolo importante, possono risolvere molti problemi, e possono fare danni enormi. E anche qui puoi giocare alcune carte, perché puoi far sentire la tua voce, protestare, metterti di traverso.

Ma per una lunga lista di situazioni puoi agire subito, immediatamente. Perché in molti settori tutto dipende solo, ed esclusivamente, da te. Sei tu che riempi il carrello della spesa. Una azione che si può fare subito è quella di decidere di scegliere sempre una soluzione più pulita, una soluzione più intelligente, e lasciare perdere le opzioni più sporche e banali.

Due anni fa ho comperato una bottiglia termica (foto sopra), e l’ho selezionata mettendone a confronto almeno una dozzina. Ho speso meno di 10 euro. Ha delle caratteristiche che la rendono preferibile rispetto ad altre simili. In primo luogo è in acciaio inox, che è un materiale piuttosto stabile, e non rilascia sostanze strane. E’ adatta per contenere alimenti. É piuttosto robusta, e dunque non teme i normali assalti. Non è verniciata, e dunque dovrebbe sopportare meglio i graffi del tempo, perché saranno tono su tono. Posso mettere tutta l’acqua che voglio, prendendola dal rubinetto della mia cucina, a costo quasi zero.

Ho smesso completamente di utilizzare bottigliette di plastica. Forse anche tu hai una bottiglia simile, e la riempi di acqua del sindaco. Molto bene. Milioni di persone hanno eliminato dalla loro vita le bottigliette usa e getta, e dunque siamo in buona compagnia. Queste bottiglie termiche hanno una marcia in più rispetto alle semplici borracce, perché sono costituite da una doppia parete. In questo modo, in estate, l’acqua rimane fresca per parecchie ore, e si riduce il fenomeno della condensa.

In inverno, poi, sfoggiano una differenza sostanziale, perché se si riempiono di una bevanda bollente, mantengono per alcune ore una discreta temperatura.

Questa semplice e intelligente invenzione mi ha consentito di avere sempre caffè caldo a portata di mano, così ho smesso di prendere il caffè dalla “macchinetta” e, soprattutto, di dover poi buttare via ogni volta un bicchierino di plastica usato solo pochi minuti. In pratica, tutti bicchierini ancora nuovi di fabbrica. Diciamo, almeno duecento bicchierini in meno ogni anno. Effetto collaterale: si risparmiano, anche, un centinaio di euro, da utilizzare in maniera più astuta.

Ho messo a punto una strategia rapida. Al mattino prendo sempre un caffè, preparato con una caffettiera in acciaio. Invece di prepararne solo una dose, da bere subito, ne preparo tre-quattro, così ottengo il caffè della colazione, e nello stesso tempo una buona scorta che verso nella bottiglia termica, da bere con comodo, o da offrire alle persone amiche. .

Ovviamente si può mettere di tutto, dal tè alla menta, alla camomilla addormenta bambini, passando per la tisana della nonna o il bombardino stile alpino.

Posso fare la differenza. Anche tu.

 

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Un sentiero per passi nuovi – seconda parte

“Cosa possiamo fare noi” è la domanda centrale posta a chiusura di questa seconda puntata. Offro alcune prime risposte ed esperienze personali in questo terzo video, dopo aver analizzato la situazione europea come emerge da una recente ricerca scientifica.

Per avviare il filmato basta cliccare sul link qui sotto, e si possono inserire i commenti tornando su questa pagina e cliccando il fumetto.

Video 3: https://vimeo.com/506533368

 

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Un sentiero per passi nuovi

In un angolo di casa ho trovato un oggetto che, in qualche modo, rappresenta l’attuale condizione del mondo. E’ il simbolo di una crisi.

Ha una forma piacevole, un colore sobrio ed elegante, ha due tasti, all’interno ci sono quattro pile elettriche, è alto 27 centimetri. E’ stato fabbricato in Cina.

Già, ma a cosa serve?

L’umanità, in questo anno 2021, è alle prese con due reali emergenze che ne ipotecano il futuro.

Le risposte ci sono, si tratta di affrontare i problemi e applicare le soluzioni migliori.

Ma noi, personalmente, possiamo fare qualcosa? La nostra azione può essere significativa?

Ho realizzato tre video per esporre il mio punto di vista, per presentare alcune questioni, e alcune risposte concrete.

In questa prima puntata propongo i primi due video, che potete vedere cliccando sui rispettivi link:

Video 1: https://vimeo.com/506480082

Video 2: https://vimeo.com/506528684

Il terzo video uscirà venerdì 5 febbraio.

Si tratta di agire, e di agire insieme, e dunque potete scrivere i vostri commenti utilizzando questo sito: cliccando sul fumetto che appare in alto, vicino al titolo di questo pezzo, si apre la finestra di dialogo.

Un nuovo sentiero ci attira a camminare con passi nuovi.

 

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Lugano, Porza, la ruota libera

Domenica. Pomeriggio. Un ragazzo con il casco, e un uomo, pedalano salendo da Lugano, 273 metri sul livello del mare. Porza è più in alto, a 483 metri, e forse i due stanno ingaggiando una piccola gara a chi arriva prima.

In primo piano, parcheggiata, la mia gloriosa mountainbike e, accanto, e poco oltre, paracarri sono posti a restringere la carreggiata della strada in pendenza. E’ un giorno di vacanza, e con la bici si può correre spensierati a caccia di stradine secondarie, di boschetti ombrosi, di vigneti a pochi passi dalla città, di panorami aperti sulle colline, sui monti, sul lago. In salita si deve pestare sui pedali, e lavorare con i cambi, e si smaltiscono le calorie, e i muscoli diventano sodi. In discesa si corre a gara con il vento, e l’aria fischia e accarezza il viso, e bisogna dare di freno, e si vola a ruota libera.

Arriva novembre, ma le temperature sono ancora piuttosto miti, e il sole in questi giorni si è fatto vedere radioso, e le foglie degli aceri sono ancora ben salde al loro lavoro, verdi. La bicicletta anche a novembre è fedele compagna degli spostamenti cittadini, e lo sarà anche a dicembre, a gennaio, e a febbraio. Basta vestirsi. Giacca di peso adeguato alla temperatura esterna e, secondo il caso, sciarpa anti spifferi, guanti, mantella poncho para pioggia. E casco, come sempre, naturalmente.

Nei paesi di campagna, nelle piccole città della pianura veneta, come nelle metropoli, la bicicletta consente di coprire 5 chilometri, tranquillamente, in circa 15 minuti. Nessun problema di parcheggio: si arriva proprio di fronte al negozio, si scende, si lega bene ad un palo o ad un portabiciclette con una bella catena, si compera, e poi via, come il fulmine. Pane, marmellata, caffè, spaghetti, mele e pere? Nello zaino, in spalla, oppure in una borsa ben fissata al portabagagli posteriore.

Costi per il carburante? Zero. Anzi, ci guadagni in tonicità muscolare. Tasse e bolli vari? Zero. Costi di manutenzione? Pochi spiccioli. Costi per il parcheggio a pagamento in pieno centro? Zero. Code, ingorghi, manovre per entrare nel buco libero, baruffe con quello del Suv che ti vuole soffiare il posto, paraurti azzoppati da incontri troppo ravvicinati? Zero.

La bicicletta ci rende liberi. Liberi anche il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, e il sabato.

 

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Il cibo che cresce da solo

Il mio piccolo orto selvaggio, ad agosto, ha prodotto più di 12 chili tra frutta e verdura. I soli lavori sono consistiti in una vangatura iniziale, nel distribuire un poco di stallatico in pellet, nel mettere a dimora 12 piantine acquistate, nel seminare alcune verdure, nel posizionare dei tutori, e aggiungere acqua solo quando indispensabile. Basta. Il resto è stato allungare una mano per cogliere.

Ogni tanto sono state tolte alcune erbe spontanee. Nella tarda primavera, al limite dell’orto, ai piedi dei cespugli di confine, sono apparse delle nuove piantine che non avevo seminato. A prima vista erbe non meglio identificate, forse da togliere, ma forse, dalla forma delle foglioline, delle piante ben note e molto interessanti. Come può essere? Da quando nascono da sole? Eppure. Ho voluto assecondare la natura, darle lo spazio che merita, ho atteso, per vedere bene cosa stava crescendo.

Si, erano loro, piante di pomodoro, germogliate senza essere state deliberatamente seminate. Oggi sono alte quasi due metri, e producono grappoli rossi carichi di pomodorini, gustosissimi, e ne offriranno fino a ottobre. Sono diventate la parte più interessante dell’orto, cresciute liberamente, a dire che il cibo cresce da solo. Basta saper riconoscere le foglie.

Fare un orto ha valore? E’ solo un fatto privato?

Mangiare cibo che cresce nel proprio orto è fonte di soddisfazione, soddisfazione di vedere crescere giorno per giorno piantine che hai seminato con le tue mani, cibo sano, senza alcun trattamento chimico. Lo si può servire in tavola fresco fresco, appena colto, con tutto il suo aroma. Andare a raccogliere è un piacere, una piccola passeggiata tra le erbe, senza dover fare la coda al supermercato, senza spendere un centesimo per i sacchetti, per la pellicola trasparente, per i vassoi in plastica. Zero immondizia.

L’orto è piccolo, occupa un angolo del giardino, e vangare sette metri quadri di terra è stato un sano esercizio fisico. Accanto cresce un fico, e fa tutto veramente da solo: fichi neri a profusione, dolcissimi.

Ma una attività così limitata e privata, tenere un orto, ha anche una portata sociale e, se diffusa, globale. Per avere un impatto globale è necessario agire concretamente e localmente. Subito.

Facciamo due conti. Spesso si agisce per abitudine, e raramente ci si mette a riflettere su ciò che significano i nostri comportamenti se proiettati su scala globale. Dodici chili di frutta e verdura, ad agosto, paiono poca cosa, ma proviamo a moltiplicarli per tutti gli italiani, che sono circa 60 milioni.

Una proiezione, ogni italiano coltiva o raccoglie 12 chili: fanno in totale 7.200.000 QUINTALI di frutta e verdura in meno trasportati su e giù per l’Italia.

Quando al supermercato vedo pomodori che vengono importati dall’Olanda – dico, l’Olanda, proprio il tipico paese Mediterraneo – mi vengono i brividi.

Piccola ricerca: un autoarticolato trasporta circa 250 quintali di merce, e dunque, per trasportare 7.200.000 quintali di verdura è necessario caricare 28.800 autoarticolati.

Mia cucina, Chirignago, mio orto, distanza due rampe di scale e 20 metri, a piedi. Distanza mia cucina, Chirignago, Amsterdam, Olanda, 1.297 chilometri (percorso tracciato da Google maps). Caliamoci nei panni di un camionista olandese, che saluta tutti e si mette a perdere una vita smarrito per autostrade, svincoli, aree di servizio, lavori in corso, pattuglie della polizia, viadotti in riparazione a corsia unica, tunnel nelle budella delle Alpi, ingorghi con code chilometriche, incidenti mortali con auto in fiamme, per cosa? Per portare pomodori. Dove, dove? In Italia?

Un autoarticolato, nella migliore delle ipotesi, percorre 3 chilometri con un litro di gasolio, e per viaggiare dall’Olanda ne deve bruciare 432 litri. Dodici chili di pomodori coltivati in Olanda, per ogni italiano, portano a bruciare 12.441.600 litri di gasolio.

Se compero pomodori coltivati in Olanda, divento anche io responsabile dell’intero processo, che implica il trasporto, e la conseguente produzione di monumentali masse di gas tossici e gas serra, sparsi per la Penisola. Un processo perverso.

Ma le abitudini si possono cambiare.

Ora è tempo di rimboccarsi le maniche, e preparare il terreno per le verdure autunnali.

 

Davide Frisoli, ricordi, frammenti

Aprile 2020, la primavera è esplosa con la sua luce, i fiori, il ritorno dei rondoni. Eppure, un virus, in pochi giorni, troppo presto, ha portato via Davide.

Ricordo ancora l’orario del treno: 6.43. Alla stazione di Carpenedo – dove anche io vivevo in quegli anni, intorno al 2005 – a dicembre, a gennaio, a febbraio, era ancora notte fonda. In pratica, un’ora di viaggio. Si dormicchiava, si consultava qualche carta, si leggeva. Si dialogava. Poi il treno, fermata dopo fermata, si riempiva, affollato da studenti, da altri lavoratori. Davide ascoltava musica, con le cuffiette. A Portogruaro era uno dei primi a varcare il portone della scuola, prof di ruolo, abbonato delle Ferrovie da settembre a giugno.

Davide si era rimesso a lavorare sui libri, con lena, a frequentare corsi, e fruiva di tutte le opportunità e i permessi per approfondire lo studio della psicologia. Dopo alcuni anni di impegno, superati tutti gli esami e le prove, aveva conseguito i titoli per esercitare la professione. Ricordo una visita nel suo appartamento, a pochi passi da Piazza Ferretto, dove aveva allestito il suo studio.

Ci eravamo incrociati alcuni anni prima, fine anni Novanta, anche se non ricordo bene dove. Un corso, un convegno, o qualcosa di simile, non ricordo la occasione specifica.

Per viale Garibaldi, dalle parti della Feltrinelli, ci si incrociava, e a volte si faceva un tratto di strada assieme, si parlava di cose personali.

Si era sposato con una collega, una bambina, un bambino. Un pomeriggio era a passeggio con uno dei piccoli, dalle parti di via Palazzo, e mi spiegava che erano alla ricerca di un particolare modellino, una riproduzione accurata, circa 10 centimetri, perfettamente dipinta, di non ricordo quale animale. I figli ne facevano collezione. Il negozio di giocattoli era a pochi passi, e mi ha invitato a varcare con loro la soglia di quel favoloso deposito di meraviglie infantili. Ecco, il piccolo animale era lì, ad aspettare minuscole mani felici e grate.

Poi si era messo al lavoro per diventare dirigente scolastico. Era riuscito nell’impresa, e aveva lasciato la cattedra di insegnamento, e aveva anche dovuto lasciare ogni attività professionale nel campo della psicologia. Spendeva le sue competenze, la sua esperienza come insegnante, prima da precario, poi prof di ruolo, per ascoltare studenti, genitori, colleghi in cattedra.

Ricordo l’ultima conversazione, una mezz’ora forse, a novembre. Si parlava della catastrofe ambientale, della catastrofe climatica, della manifestazione di Friday For Future che anche a Venezia si era tenuta a settembre, di quel che si poteva e doveva fare. Vedi – mi diceva Davide, con occhi acuti – a casa ho mia figlia che è Greta Thunberg 2, e ci tiene tutti in riga.

Con Davide ci si è visti poco, ciascuno preso nei propri impegni, e per quantità le ore vissute gomito a gomito non sono poi molte. Ma il dialogo, tra gli esseri umani, è fatto di spessore e qualità, e la qualità prevale sulla mera quantità.

Ecco, il nome di Davide sta scritto nel migliore degli elenchi, nell’elenco degli amici.

 

Agire, agire, agire (e prima pensare)

 

Le grandi manifestazioni di venerdì 27 settembre hanno chiuso la settimana di azione per il clima, promosse da gruppi di giovani, a livello mondiale, ispirati dalla protesta di Greta Thunberg. Greta, su Twitter, riferisce che i primi dati parlano di almeno 7 milioni di partecipanti, scesi in piazza ai quattro angoli del Pianeta.

La prima domanda è la seguente: il clima sta veramente cambiando? Per trovare risposte fondate conviene cercare fonti autorevoli, e dunque rivolgersi agli scienziati. Gli studi scientifici che investono in qualche modo il tema sono migliaia, e per la loro stessa mole chiedono un impegno che supera la portata di un comune mortale, e anche quella di un uomo politico medio. Per questo le Nazioni Unite hanno dato vita ad un organismo specifico, lo Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), di cui fanno parte centinaia di studiosi di varie discipline, provenienti da tutto il mondo, che ha esattamente il compito di leggere e valutare tutti gli studi scientifici prodotti sul tema del cambiamento climatico. Il loro lavoro viene poi sintetizzato in report che vengono pubblicati e diffusi in rete.

I report pubblicati da IPCC parlano chiaro: la Terra si sta riscaldando progressivamente e con un ritmo piuttosto deciso. Si tratta, ovviamente, delle temperature medie che vengono rilevate e calcolate a livello globale, e che vengono paragonate alle analoghe misurazioni effettuate, ad esempio, negli anni 1900-1910 e 1950-1960.

Le cause del riscaldamento globale? Le numerose attività umane che immettono nella atmosfera quelli che vengono definiti “gas serra”, come CO2, metano, e altri. Derivano, come noto, da varie fonti e dalla combustione di combustibili fossili, petrolio e carbone in primo luogo, ma anche dagli animali ammassati negli allevamenti, che costituiscono una consistente fonte di metano rilasciato in atmosfera.

Che fare?

Per prima cosa mettere a fuoco la nostra visione: prendere in mano e affinare la nostra visione del mondo, della nostra vita e della vita degli altri esseri.

Una certa visione del mondo, diffusa e pervasiva, continua a dipingere la Terra come un grande serbatoio di risorse, disponibili e accessibili, e basta allungare la mano, o scavare un pozzo, e si può prendere quel che si vuole, e avere una “crescita” continua e senza fine: basta avere i soldi, per pagare, naturalmente. Tutto si vende e tutto si compra nel grande Supermercato globale. E i rifiuti si buttano nella spazzatura, magari “differenziata”, e i gas tossici e serra si buttano, con tranquilla coscienza, in giro per l’aria, in balia dei venti.

Ebbene, questa visione del mondo è povera e falsa.

Questa visione del mondo ci sta portando, a grandi passi, verso la catastrofe climatica: gli ecosistemi non sono in grado di modificarsi e adattarsi ad un rapido innalzamento delle temperature medie globali. Le conseguenze sono le estinzioni di massa: quella umana è una delle numerose specie viventi inserite nella lista, perché gli uomini – e sono vari miliardi – camminano e respirano e mangiano se esiste un mondo ancora vivibile.

L’atmosfera non è un grande nulla, una grande discarica gassosa, disponibile gratis, dove bruciare e fumigare a piacimento quel che si crede; la Terra non è una grande miniera a cielo aperto, dove cavare ogni elemento e dove sversare, seppellire, ammucchiare e disperdere ogni genere di immondizia, ogni specie di rifiuto tossico, da lasciare in eredità alle generazioni future.

Che fare?

Due cose: pensare ed agire. Pare strano, ma a volte si evita di fare e l’una cosa e l’altra, almeno seriamente, e ci si contenta di quattro chiacchiere di superficie. Ovviamente, per poter pensare occorre prima informarsi: IPCC, data la complessità dei report che produce, realizza delle sintesi destinate ai “policymaker”, i “decisori politici”, gli uomini che stanno al governo. Queste sintesi sono on line, tutti le possono scaricare e leggere.

Possiamo così sederci tranquilli e aspettare che il governo di Roma, e i governi, discutano e approvino le misure più efficaci?

Che fare?

Aspettare che i governi decidano e ci dicano cosa fare? Sicuramente, e necessariamente, i governi e i parlamenti devono fare la loro parte, e le manifestazioni di piazza sono un pungolo utile e potente. Ma possiamo fidarci della tempestività, della efficacia, della assennatezza, della onestà degli uomini di governo? Le risposte alle prime due questioni sono, molto probabilmente, “no”: anche nel migliore dei mondi possibili, i tempi di reazione dei governi sono piuttosto lunghi, e dunque sarà necessario continuare a premere e manifestare, perché si tratta di mettere mano ad un sistema intricato e solido di interessi costituiti. Ma la questione climatica è una emergenza, letteralmente, e come tale deve essere affrontata.

In secondo luogo c’è il problema della efficacia, cioè della incidenza effettiva delle decisioni di governo. Ebbene, forse qualcuno lo dimentica, non è tutto nelle mani di un governo insediato a Roma, o a Parigi, o a Londra: a casa mia il governo sono io; a casa tua il governo sei tu. E dico “casa” a ragion veduta, perché una delle fonti di “gas serra” è costituita proprio dalle abitazioni, e dagli uffici: nessun governo, da Roma, verrà a controllare come e quanto si riscaldano le mura domestiche. Nessuno verrà a vedere cosa si mette nel carrello del supermercato quando si fa la spesa, o se si seguono le mille altre pratiche che non portano impatto sull’ambiente e sul clima. Insomma, il governo, nel nostro pezzetto di mondo, siamo noi, e sta a noi cominciare ad agire.

Se la casa brucia, ed è quello che sta avvenendo, si smette di buttare benzina sul fuoco, e si corre a spegnere l’incendio, non si sta ad aspettare che lo dica il ministro di turno.

 

Nella foto, un frammento della manifestazione di Venezia.