Un sentiero per passi nuovi – seconda parte

“Cosa possiamo fare noi” è la domanda centrale posta a chiusura di questa seconda puntata. Offro alcune prime risposte ed esperienze personali in questo terzo video, dopo aver analizzato la situazione europea come emerge da una recente ricerca scientifica.

Per avviare il filmato basta cliccare sul link qui sotto, e si possono inserire i commenti tornando su questa pagina e cliccando il fumetto.

Video 3: https://vimeo.com/506533368

 

Riproduzione riservata

Un sentiero per passi nuovi

In un angolo di casa ho trovato un oggetto che, in qualche modo, rappresenta l’attuale condizione del mondo. E’ il simbolo di una crisi.

Ha una forma piacevole, un colore sobrio ed elegante, ha due tasti, all’interno ci sono quattro pile elettriche, è alto 27 centimetri. E’ stato fabbricato in Cina.

Già, ma a cosa serve?

L’umanità, in questo anno 2021, è alle prese con due reali emergenze che ne ipotecano il futuro.

Le risposte ci sono, si tratta di affrontare i problemi e applicare le soluzioni migliori.

Ma noi, personalmente, possiamo fare qualcosa? La nostra azione può essere significativa?

Ho realizzato tre video per esporre il mio punto di vista, per presentare alcune questioni, e alcune risposte concrete.

In questa prima puntata propongo i primi due video, che potete vedere cliccando sui rispettivi link:

Video 1: https://vimeo.com/506480082

Video 2: https://vimeo.com/506528684

Il terzo video uscirà venerdì 5 febbraio.

Si tratta di agire, e di agire insieme, e dunque potete scrivere i vostri commenti utilizzando questo sito: cliccando sul fumetto che appare in alto, vicino al titolo di questo pezzo, si apre la finestra di dialogo.

Un nuovo sentiero ci attira a camminare con passi nuovi.

 

Riproduzione riservata

Quanto noi siamo in grado di darle

Ho riletto una lettera di Hermann Hesse, tratta da un volume che raccoglie una parte delle migliaia di risposte che lo scrittore ha inviato a persone famose come a semplici lettori. Questi ultimi, a volte, narravano le proprie vicende, ponevano domande, e chiedevano conforto e consiglio. Non sono pubblicate le lettere ricevute da Hesse, ma solo le sue risposte.

Propongo alcuni passaggi delle righe inviate a M.W., che mantengono intatta la loro attualità.

Cara M.W. Pur avendo compreso la Sua lettera, non sono in grado di rispondere alle domande che essa pone. Sono domande infantili, come quelle che ci poniamo nei momenti di angoscia, come se ci fosse da qualche parte un’istanza dalla quale ci potremmo attendere delle risposte. Capita a tutti, e le domande infantili “sulla vita” non terminano mai. (…)

L’errore di tali domande e tali lamenti sta presumibilmente nel fatto che noi desideriamo ricevere in dono dall’esterno ciò che soltanto noi stessi possiamo raggiungere dentro di noi, con la nostra dedizione. Pretendiamo che la vita abbia un senso, ma essa ha esattamente tanto senso quanto noi siamo in grado di darle. (…)

Hermann Hesse, Lettera alla signora M.W., 1 giugno 1956.

Diventare adulti è impegnativo. Rimanere adulti è, se possibile, ancora più impegnativo. La vita non è una valle di lacrime, come recitava una antica litania, ma non è neppure un giardino delle delizie dove tutto scorre liscio come l’olio. Le difficoltà, le battaglie, le lotte quotidiane richiedono una notevole energia.

Alle volte ci sentiamo sopraffatti, affaticati, travolti, e una angoscia sottile ci attanaglia, e un nodo si fissa saldo nella gola. Riaffiora, insieme, la tentazione di cercare risposte prefabbricate alle nostre domande, la speranza illusoria di poter trovare una soluzione magica ai nostri problemi. Pensiamo forse, alle volte, che il bandolo della matassa si trovi nascosto chi sa dove, e che si debba cercare nei posti più remoti, oppure aspettare una qualche sorta di catarsi miracolosa.

Ma la risposta è, incredibilmente, semplice. Tutte le risposte sono già nelle nostre mani, nei nostri piedi, nella nostra mente, nel nostro cuore. La natura ci ha già dato in dote tutte le capacità e tutte le possibilità per fare fronte alle nostre necessità materiali e, ancora, a tutte le esigenze interiori.

Tutte le forze sono in noi, tutte le energie sono in noi, tutte le capacità sono in noi. Occorre aprire gli occhi, prenderne atto, e alzarsi sulle gambe e continuare a muovere i piedi e i neuroni, e procedere passo dopo passo.

La risposta che cerchiamo non sarà già bella pronta, confezionata come un pacco regalo, ma sarà magari ancora tutta da costruire, smontata alla rinfusa in tanti piccoli mattoncini colorati. Sta a noi – e lo possiamo fare se solo lo vogliamo – mettere ordine entro le mura della nostra mente, e mettere in fila i mattoncini, e cominciare a costruire la risposta, e poi, una volta abbozzata, portarla a compimento. Ci vuole “dedizione” – dice Hesse – e il termine appare caldo, luminoso e denso. E’ questa una delle fondamentali chiavi di volta della vita.

In primo luogo dedizione a sé stessi, che significa rinnovare costantemente la concentrazione, la focalizzazione su quello che noi siamo, su quella che è la nostra “visione” più autentica. Poi guardare fuori di noi, nel vasto mondo, e come nella immagine posta in apertura, saper ritagliare un pezzetto di cielo, terreno e di durata limitata, variopinto e cangiante, delicato e fragile, e dedicarsi ad esso. Entro quella visione i frammenti colorati trovano una coerenza, perché siamo noi a scegliere il telaio e a fissarlo sul cavalletto, a mettere mano ai pennelli e alle spatole, a scegliere i colori e a stenderli sulla tavolozza in nuove sfumature, a schizzare il disegno sulla tela.

<< Pretendiamo che la vita abbia un senso, ma essa ha esattamente tanto senso quanto noi siamo in grado di darle. >>

Riproduzione riservata

 

 

Lugano, Porza, la ruota libera

Domenica. Pomeriggio. Un ragazzo con il casco, e un uomo, pedalano salendo da Lugano, 273 metri sul livello del mare. Porza è più in alto, a 483 metri, e forse i due stanno ingaggiando una piccola gara a chi arriva prima.

In primo piano, parcheggiata, la mia gloriosa mountainbike e, accanto, e poco oltre, paracarri sono posti a restringere la carreggiata della strada in pendenza. E’ un giorno di vacanza, e con la bici si può correre spensierati a caccia di stradine secondarie, di boschetti ombrosi, di vigneti a pochi passi dalla città, di panorami aperti sulle colline, sui monti, sul lago. In salita si deve pestare sui pedali, e lavorare con i cambi, e si smaltiscono le calorie, e i muscoli diventano sodi. In discesa si corre a gara con il vento, e l’aria fischia e accarezza il viso, e bisogna dare di freno, e si vola a ruota libera.

Arriva novembre, ma le temperature sono ancora piuttosto miti, e il sole in questi giorni si è fatto vedere radioso, e le foglie degli aceri sono ancora ben salde al loro lavoro, verdi. La bicicletta anche a novembre è fedele compagna degli spostamenti cittadini, e lo sarà anche a dicembre, a gennaio, e a febbraio. Basta vestirsi. Giacca di peso adeguato alla temperatura esterna e, secondo il caso, sciarpa anti spifferi, guanti, mantella poncho para pioggia. E casco, come sempre, naturalmente.

Nei paesi di campagna, nelle piccole città della pianura veneta, come nelle metropoli, la bicicletta consente di coprire 5 chilometri, tranquillamente, in circa 15 minuti. Nessun problema di parcheggio: si arriva proprio di fronte al negozio, si scende, si lega bene ad un palo o ad un portabiciclette con una bella catena, si compera, e poi via, come il fulmine. Pane, marmellata, caffè, spaghetti, mele e pere? Nello zaino, in spalla, oppure in una borsa ben fissata al portabagagli posteriore.

Costi per il carburante? Zero. Anzi, ci guadagni in tonicità muscolare. Tasse e bolli vari? Zero. Costi di manutenzione? Pochi spiccioli. Costi per il parcheggio a pagamento in pieno centro? Zero. Code, ingorghi, manovre per entrare nel buco libero, baruffe con quello del Suv che ti vuole soffiare il posto, paraurti azzoppati da incontri troppo ravvicinati? Zero.

La bicicletta ci rende liberi. Liberi anche il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, e il sabato.

 

Riproduzione riservata

Il centro del mio mondo

La vita fugge. Lo sapevano gli antichi, lo sappiamo noi oggi. Nulla è cambiato, e la sabbia continua a fluire giù per la clessidra, verso l’ampolla che sta sotto.

Due vie innanzi a noi. La prima, la via della dispersione. E’ la via di chi si arrende alla forza dei venti dominanti, e abbandona la presa, e vola via portato dal vento come una cartaccia gettata in strada. Vola di qua, vola di là, turbina, si ferma, striscia: obbedisce ai venti che soffiano, i venti della massa, i venti dei TG, i venti dei social, i venti delle lobby, i venti delle campagne promozionali, i venti degli sponsor. Segue il copione già scritto – magari senza averne chiara consapevolezza – e magari nella convinzione di essere libero e originale. Canarino in gabbia, canta per il padrone di turno. La vita si riduce a svolazzare di una frasca, senza alcuna direzione: produrre, produrre, produrre; consumare, consumare, consumare. Vita ridotta a mero sopravvivere per inerzia, senza alcun senso determinato e abbracciato, senza lotta alcuna, senza una visione, senza alcuna concentrazione.

La seconda via, invece, è la via della concentrazione.

Il centro del mio mondo sono io. Il creatore del mio mondo sono io. Ogni azione autentica ha radice vitale nella solidità e profondità della propria interiorità. Da coltivare, da coltivare ancora; con pazienza, con tenacia. E’ un tipo di coltivazione che unisce la massima attività possibile, che è sempre attività interiore, con la massima apparente assenza di movimento, ed è una attività ricca, vivificante, piacevole.

Chi la pratica consegue, giorno dopo giorno, una crescita effettiva, il vero e sano sviluppo, lo sviluppo delle migliori, essenziali, qualità umane. La concentrazione si ottiene mediante l’esercizio, con un allenamento costante, con sessioni quotidiane. Parlo della mia esperienza, di una esperienza personale – anche se ho letto pagine sull’argomento – e dunque non si tratta di un metodo codificato, ma della via che ho sperimentato come individuo e trovato salutare.

Ogni giorno, quando possibile al mattino, si dedica mezz’ora, alle volte anche di più, a stare soli con sé stessi, in un ambiente silenzioso, seduti comodamente, ad assaporare il fatto che si dispone di un giorno da vivere. In una prima modalità, si lascia libera la mente, e questa in qualche modo respira, si tonifica, e gli occhi possono essere chiusi, o anche aperti a contemplare un qualche oggetto.

Non si tratta di mettersi a fare piani per la giornata, al contrario, si tratta di lasciare spazio allo sguardo interiore, come quando in montagna ci si siede su una zolla erbosa, di fronte ad un panorama aperto, e si lascia spaziare lo sguardo attorno, libero di contemplare, e accarezza la valle in basso, l’orizzonte lontano, i ghiacciai scintillanti, le cime candide di neve.

Senza sforzo i pensieri fuggono via, e anzi li si lascia volare via lontano, come passeri molesti sempre disposti a saltellare e becchettare e baruffare per ogni briciola, e la mente si scopre sgombra, libera, e le nubi svaniscono pian piano, e si coglie il proprio respiro e la carezza lieve della brezza. Il silenzio delle cime riverbera allora dentro e fuori, e si sfiora un senso di pace, la visione di una vita libera, e leggera una scintilla di felicità.

 

Il cibo che cresce da solo

Il mio piccolo orto selvaggio, ad agosto, ha prodotto più di 12 chili tra frutta e verdura. I soli lavori sono consistiti in una vangatura iniziale, nel distribuire un poco di stallatico in pellet, nel mettere a dimora 12 piantine acquistate, nel seminare alcune verdure, nel posizionare dei tutori, e aggiungere acqua solo quando indispensabile. Basta. Il resto è stato allungare una mano per cogliere.

Ogni tanto sono state tolte alcune erbe spontanee. Nella tarda primavera, al limite dell’orto, ai piedi dei cespugli di confine, sono apparse delle nuove piantine che non avevo seminato. A prima vista erbe non meglio identificate, forse da togliere, ma forse, dalla forma delle foglioline, delle piante ben note e molto interessanti. Come può essere? Da quando nascono da sole? Eppure. Ho voluto assecondare la natura, darle lo spazio che merita, ho atteso, per vedere bene cosa stava crescendo.

Si, erano loro, piante di pomodoro, germogliate senza essere state deliberatamente seminate. Oggi sono alte quasi due metri, e producono grappoli rossi carichi di pomodorini, gustosissimi, e ne offriranno fino a ottobre. Sono diventate la parte più interessante dell’orto, cresciute liberamente, a dire che il cibo cresce da solo. Basta saper riconoscere le foglie.

Fare un orto ha valore? E’ solo un fatto privato?

Mangiare cibo che cresce nel proprio orto è fonte di soddisfazione, soddisfazione di vedere crescere giorno per giorno piantine che hai seminato con le tue mani, cibo sano, senza alcun trattamento chimico. Lo si può servire in tavola fresco fresco, appena colto, con tutto il suo aroma. Andare a raccogliere è un piacere, una piccola passeggiata tra le erbe, senza dover fare la coda al supermercato, senza spendere un centesimo per i sacchetti, per la pellicola trasparente, per i vassoi in plastica. Zero immondizia.

L’orto è piccolo, occupa un angolo del giardino, e vangare sette metri quadri di terra è stato un sano esercizio fisico. Accanto cresce un fico, e fa tutto veramente da solo: fichi neri a profusione, dolcissimi.

Ma una attività così limitata e privata, tenere un orto, ha anche una portata sociale e, se diffusa, globale. Per avere un impatto globale è necessario agire concretamente e localmente. Subito.

Facciamo due conti. Spesso si agisce per abitudine, e raramente ci si mette a riflettere su ciò che significano i nostri comportamenti se proiettati su scala globale. Dodici chili di frutta e verdura, ad agosto, paiono poca cosa, ma proviamo a moltiplicarli per tutti gli italiani, che sono circa 60 milioni.

Una proiezione, ogni italiano coltiva o raccoglie 12 chili: fanno in totale 7.200.000 QUINTALI di frutta e verdura in meno trasportati su e giù per l’Italia.

Quando al supermercato vedo pomodori che vengono importati dall’Olanda – dico, l’Olanda, proprio il tipico paese Mediterraneo – mi vengono i brividi.

Piccola ricerca: un autoarticolato trasporta circa 250 quintali di merce, e dunque, per trasportare 7.200.000 quintali di verdura è necessario caricare 28.800 autoarticolati.

Mia cucina, Chirignago, mio orto, distanza due rampe di scale e 20 metri, a piedi. Distanza mia cucina, Chirignago, Amsterdam, Olanda, 1.297 chilometri (percorso tracciato da Google maps). Caliamoci nei panni di un camionista olandese, che saluta tutti e si mette a perdere una vita smarrito per autostrade, svincoli, aree di servizio, lavori in corso, pattuglie della polizia, viadotti in riparazione a corsia unica, tunnel nelle budella delle Alpi, ingorghi con code chilometriche, incidenti mortali con auto in fiamme, per cosa? Per portare pomodori. Dove, dove? In Italia?

Un autoarticolato, nella migliore delle ipotesi, percorre 3 chilometri con un litro di gasolio, e per viaggiare dall’Olanda ne deve bruciare 432 litri. Dodici chili di pomodori coltivati in Olanda, per ogni italiano, portano a bruciare 12.441.600 litri di gasolio.

Se compero pomodori coltivati in Olanda, divento anche io responsabile dell’intero processo, che implica il trasporto, e la conseguente produzione di monumentali masse di gas tossici e gas serra, sparsi per la Penisola. Un processo perverso.

Ma le abitudini si possono cambiare.

Ora è tempo di rimboccarsi le maniche, e preparare il terreno per le verdure autunnali.

 

Montagna interiore. Seconda parte.

Tofana de Rozes, metri 3.225. Previsioni del tempo eccellenti. Ricordo quella giornata, anni fa. Siamo in tre. Si comincia a salire per sentiero, su fino a quota 2.400 circa, dove inizia la via. Le mani sulla roccia, appiglio dopo appiglio, spingendo di gambe, lavorando di braccia. Mano che abbranca, altra mano che abbranca, piede, piede. Poi, ancora, mano, mano; piede, piede. Si sale, si sale. Appigli molto comodi, basta sapere andare, nessuna difficoltà particolare. Lunga, esposta. Sotto, la valle, è ormai 500 metri più in basso. Non è il caso di lasciare gli appigli. Si esce oltre quota 3.000 metri. Gli ultimi duecento metri di dislivello si salgono camminando curvi su per le rocce della cresta, facendo attenzione a dove si mettono i piedi, a non smuovere sassi, che in montagna rappresentano un bel pericolo.

La cima. Una ascensione di circa cinque ore. E’ passato mezzogiorno, non c’è l’ombra di una nube. Siamo rimasti a contemplare il mondo per quasi due ore, un sole che accecava, prima di iniziare a scendere per la via normale.

Ampezzo è duemila metri più in basso, nitida, potresti vedere la gente seduta nei caffè.

Ai tavolini, gomito a gomito, persone molto diverse, diverse dentro. Alcune che ieri sedevano al caffè, oggi sono in cima con noi. Hanno le braccia, hanno le gambe, hanno il cuore per salire abbrancati alla nuda roccia. Hanno la capacità, forse, di vedere le montagne, di sentirle in maniera autentica, con tutto il loro pericolo, tutta la loro rudezza, tutto il loro fascino.

Altre persone non saliranno mai su questa vetta, almeno non con le loro gambe, e dunque non sapranno mai cosa è questa montagna. Le loro pupille staranno magari fissate sulla cima, con un binocolo scruteranno le balze e la vetta, e noi attraverso il vetro saremo ancora figure umane che si ergono in piedi. Il loro occhio sarà sazio, forse, ma nessuna esperienza reale, effettiva, della Tofana de Rozes sarà mai patrimonio della loro mente.

Queste persone, forse, credono che le montagne siano “panorami”, e che sia sufficiente poter dire “ci sono stato”, e magari mostrare il “selfie” in buona compagnia, e pubblicarlo sui social. Forse pensano di sapere qualcosa delle montagne perché hanno pagato il biglietto della funivia che mena alla Tofana di Mezzo, e il loro grasso corporeo è stato trasportato a 3.000 metri di quota, o perché i loro arti hanno premuto l’acceleratore del loro motore, e le loro ossa hanno rombato fino alla porta del “Rifugio”. Ma l’uomo, ma la donna, non sono solo grasso e calcio, selfie e social.

Se sono qualcosa, sono mente, cuore e coraggio.

La Tofana de Rozes, metri 3.225 sul livello del mare, può essere salita da un escursionista capace, da un escursionista esperto e allenato, utilizzando la via normale sia per salire che per scendere. E’ un sentiero alpinistico (difficoltà EE), ma non presenta passaggi di arrampicata tali da richiedere corde e altre attrezzature, ma sono necessari assenza di vertigini e piede fermo. Sono naturalmente necessarie le attrezzature indispensabili per le escursioni ad alta quota. Nodo essenziale: le previsioni meteorologiche. In caso di perturbazioni, a quelle quote, ad agosto, nevica.

Si può raggiungere con un impatto ambientale minimo, senza muovere fumiganti autovetture o Suv, utilizzando la linea estiva di autobus che salgono da Cortina verso Passo Falzarego, e scendendo alla fermata a quota 1.700. Ci si può fermare per la notte presso il Rifugio Giussani, metri 2.580, e attaccare la via per la vetta il giorno dopo, di buon mattino.

Basta volerlo, si può fare. E ciascuno può scegliere una montagna alla propria portata, perché quello che conta è la autenticità della esperienza.

Chi è umano, veramente umano, sa che le cose importanti della vita, la capacità di vedere le montagne, non si possono comprare.

Chi è umano, veramente umano, sa che le cose importanti della vita, la capacità di vedere le montagne, si possono solo conquistare con la propria intelligenza, con lo studio, con il coraggio, con i piedi, con le mani.

Riproduzione riservata.

Foto: La via di salita. Particolare da una foto tratta dal sito ritornoao.wordpress.com/2018/08/12, distribuita con licenza CC-BY (Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale).

Montagna interiore. Parte prima.

La capacità di vedere le montagne è interiore. Chi ha gli occhi, vede le montagne – si pensa correntemente – e si ritiene sia possibile a tutti, e tutti riescano a vedere le stesse cose. Falso. Assolutamente falso.
Quello che vedi tu, quello che vedo io, quello che vede la gente, sono cose diverse. Tutto dipende da quello che sei tu. Tutto dipende da quello che hai dentro. Tutto dipende da quello che vuoi essere, dal livello di umanità che vuoi conseguire.
Dal tipo di mondo in cui vivi, dal tipo di mondo in cui vuoi vivere, dalla consistenza effettiva delle tue azioni concrete.
Forse, se hai iniziato a cambiare realmente, potrai cominciare a vedere molte più cose, a vedere più lontano, a vedere anche tu, finalmente, le montagne.
Quando guardo le montagne vedo una promessa di libertà, una speranza di libertà. A volte questa possibilità si realizza, e l’universo interiore, e quello esteriore, si stringono in un abbraccio. I profumi: l’aria tersa; la fragranza del fieno; i mille aromi del sottobosco. Le visioni: le imponenti colonne viventi delle conifere; i picchi assolati e verticali; le praterie verdeggianti e serene. I suoni: il fischio delle marmotte; il sibilo del vento; il fragore del torrente.

Per altri, per alcuni, le montagne sono solo delle masse da spianare, perché sono troppo storte, troppo pendenti, con troppi massi fuori posto, con gobbe, spuntoni, ammassi informi, protuberanze. Con il SUV non si riesce ad andare. Che scomodità. Dunque occorre spianare, raddrizzare, allargare, mettere cemento dove è ripido, mettere i catarifrangenti a bordo strada, e poi spianare per fare un parcheggio, così comodo, e poi squarciare i boschi per fare “piste” per praticanti dello “spazzaneve” domenicale, e mettere cannoni per sparare neve e, infine, un magnifico “belvedere” in cemento, con il parapetto in acciaio inox.
A pensarci un momento, a pensarci bene, l’effetto finale somiglia molto alla periferia di Mestre. Zona “Auscian”. Il modello ideale di riferimento, la suprema Idea da imitare, pare proprio il parcheggio del centro commerciale “Auscian”.
Il mondo interiore diviene angusto, e pare somigliare alla schermata di un sito per acquisti on line, con il simbolo del “carrello” in alto a destra. Basta cliccare, inserire il numero della carta di credito.
E nel carrellino della spesa interiore “montana”, si ammucchiano cianfrusaglie varie: palle trasparenti che quando le giri cade la neve finta; biglietti per funivie perché ormai hai le gambe molli; settimane bianche omologate da sabato a sabato; selfie da cellulare scattati presso il cartello stradale del “Passo” con gli scarponi immacolati e con le braccia allargate e sullo sfondo una “montagna” (…ma non mi ricordo bene quale, aspetta che guardo il gps). Lacedel, Tofane, Mortisa, Bovisa, Mondragone, Marghera? Tutto così, alla rinfusa.
Pare stiano facendo a pezzi le montagne di Cortina d’Ampezzo: demoliscono la nostra casa comune, per un calcolo dal fiato corto, miope.
<I mondiali di sci alpino demoliscono le montagne della fata delle Dolomiti>, scrivono in questi giorni dalle colonne del sito di Mountain Wilderness (www.mountainwilderness.it). Una scelta perdente. Cortina spianata per l’invasione delle nuove locuste in forma umana.

C’è una piccola valle, invece. C’è un piccolo ponte in legno. Sotto, il torrente, che corre bianco. Alcune case antiche, con i muri massicci, le finestre minuscole, i fiori ai balconi. Metri 1.890. Solo gente a piedi, altri che pestano sui pedali delle Mtb, i più pigri su con i bimbi con le carrozzelle e i cavalli. I veicoli a motore non possono circolare, salvo qualche furgone che porta le provviste.
Se si vuole veramente imparare a vedere la montagna occorre, in primo luogo, un viaggio interiore, un viaggio come reale e significativa esperienza. Per questo il viaggio materiale sarà coerente, per creare risonanza tra dentro e fuori. Per questo occorre andare solo con i mezzi più leggeri a disposizione, con i mezzi con il minimo impatto ambientale, per salvare non solo la natura, ma salvare con essa la propria esperienza.
Si useranno i piedi, e si può pedalare con la bicicletta, con i muscoli e i polmoni. Si utilizzeranno i bus “AutoPostale”, quelli gialli, che ai tornanti muggiscono due note; si prenderanno i treni regionali, quelli dove portare la bicicletta.
Ho girato il video l’anno passato, alcuni giorni di vacanza. Per raggiungere la valle mi sono levato prima dell’alba, era buio, e i merli dormivano ancora. Ho raggiunto la stazione, sono salito su uno, due e tre treni, tutti regionali. Poi un autobus di linea, e mi sono fermato a pranzare all’elegante caffè vicino la stazione. Poi un “AutoPostale” giallo, a passare la frontiera, il naso un poco a guardare i boschi e i fienili che scorrono, un poco a dormicchiare, un poco a guardare se riesce davvero a passare tra un balcone in pietra e un muro. E poi su per i tornanti stretti, che si avvoltolano uno sopra l’altro, fino al passo. Poi, zaino in spalla, tutto sui piedi, venti minuti. Il rifugio.
Milleottocento metri, silenzio perfetto, fuori, di notte, si vede solo la Via Lattea.

 

Il presente, il futuro

Domande e risposte su presente e futuro, su normalità e felicità. Perché il 2020 non è un anno normale.

E’ un video.

Per vederlo, basta cliccare sul link.

I commenti possono essere inseriti su questa pagina, cliccando il fumetto o la scritta in basso.

https://vimeo.com/422404421

 

Davide Frisoli, ricordi, frammenti

Aprile 2020, la primavera è esplosa con la sua luce, i fiori, il ritorno dei rondoni. Eppure, un virus, in pochi giorni, troppo presto, ha portato via Davide.

Ricordo ancora l’orario del treno: 6.43. Alla stazione di Carpenedo – dove anche io vivevo in quegli anni, intorno al 2005 – a dicembre, a gennaio, a febbraio, era ancora notte fonda. In pratica, un’ora di viaggio. Si dormicchiava, si consultava qualche carta, si leggeva. Si dialogava. Poi il treno, fermata dopo fermata, si riempiva, affollato da studenti, da altri lavoratori. Davide ascoltava musica, con le cuffiette. A Portogruaro era uno dei primi a varcare il portone della scuola, prof di ruolo, abbonato delle Ferrovie da settembre a giugno.

Davide si era rimesso a lavorare sui libri, con lena, a frequentare corsi, e fruiva di tutte le opportunità e i permessi per approfondire lo studio della psicologia. Dopo alcuni anni di impegno, superati tutti gli esami e le prove, aveva conseguito i titoli per esercitare la professione. Ricordo una visita nel suo appartamento, a pochi passi da Piazza Ferretto, dove aveva allestito il suo studio.

Ci eravamo incrociati alcuni anni prima, fine anni Novanta, anche se non ricordo bene dove. Un corso, un convegno, o qualcosa di simile, non ricordo la occasione specifica.

Per viale Garibaldi, dalle parti della Feltrinelli, ci si incrociava, e a volte si faceva un tratto di strada assieme, si parlava di cose personali.

Si era sposato con una collega, una bambina, un bambino. Un pomeriggio era a passeggio con uno dei piccoli, dalle parti di via Palazzo, e mi spiegava che erano alla ricerca di un particolare modellino, una riproduzione accurata, circa 10 centimetri, perfettamente dipinta, di non ricordo quale animale. I figli ne facevano collezione. Il negozio di giocattoli era a pochi passi, e mi ha invitato a varcare con loro la soglia di quel favoloso deposito di meraviglie infantili. Ecco, il piccolo animale era lì, ad aspettare minuscole mani felici e grate.

Poi si era messo al lavoro per diventare dirigente scolastico. Era riuscito nell’impresa, e aveva lasciato la cattedra di insegnamento, e aveva anche dovuto lasciare ogni attività professionale nel campo della psicologia. Spendeva le sue competenze, la sua esperienza come insegnante, prima da precario, poi prof di ruolo, per ascoltare studenti, genitori, colleghi in cattedra.

Ricordo l’ultima conversazione, una mezz’ora forse, a novembre. Si parlava della catastrofe ambientale, della catastrofe climatica, della manifestazione di Friday For Future che anche a Venezia si era tenuta a settembre, di quel che si poteva e doveva fare. Vedi – mi diceva Davide, con occhi acuti – a casa ho mia figlia che è Greta Thunberg 2, e ci tiene tutti in riga.

Con Davide ci si è visti poco, ciascuno preso nei propri impegni, e per quantità le ore vissute gomito a gomito non sono poi molte. Ma il dialogo, tra gli esseri umani, è fatto di spessore e qualità, e la qualità prevale sulla mera quantità.

Ecco, il nome di Davide sta scritto nel migliore degli elenchi, nell’elenco degli amici.