La gamba ed il pedale

La stazione ferroviaria di Calalzo si trova a 741 metri sul livello del mare. E’ una stazione di testa, dove ha termine una linea di montagna che sale da Vittorio Veneto e offre panorami su valli e boschi di conifere. Un buon numero di anni or sono, trovato un socio disposto a pedalare in salita, ci siamo lanciati ad esplorare il tracciato della dismessa linea ferroviaria Calalzo-Cortina-Dobbiaco. Avevo una mountain bike nuova di zecca, e l’ho caricata sul treno fino a Calalzo.

La ciclabile come la conosciamo oggi era ancora allo stato di progetto, e dunque il tracciato non era ufficialmente aperto al pubblico. Tra Valle di Cadore e San Vito si trattava di passare per gallerie senza illuminazione, di pedalare a volte su una massicciata con pietrisco grosso, di zigzagare tra arbusti e massi franati. Ad un certo punto il sedime era stato completamente invaso dai rovi e passare era letteralmente impossibile, così, per non tornare indietro, abbiamo dovuto calare le biciclette giù per la scarpata fino alla sede della strada statale, che correva alcuni metri più in basso.

Cortina d’Ampezzo, finalmente, ma il nostro obbiettivo era ben più ambizioso. Avevo montato una bagagliera a sbalzo, imbullonata direttamente sul tubo reggisella, e sopra era fissato saldamente uno zaino da montagna che pesava, almeno, 9 chili. Giacca a vento, vestiti di ricambio, scarponi, cibo, il necessario per passare una notte in rifugio. Così dopo Cortina, metri 1211, è iniziata la salita tosta entro il Parco naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, su su fino al Rifugio Ra Stua e poi oltre, sudando come dannati, spremendo le energie fino al midollo, incontrando tratti con ghiaia grossa, fino alla Utia de Senes, il Rifugio Sennes, a quota 2116 metri sul livello del mare. Un dislivello di 1375 metri, tutti in salita.

Al Rifugio ci aspettavano altri soci della compagnia, e così, il giorno dopo, lasciata la MTB in rifugio e calzati gli scarponi, siamo saliti tutti per la via normale fino alla cima del Seekofel/Croda del Beco a 2.810 metri di quota.

Poi di nuovo giù al rifugio, caricata di nuovo la bicicletta, su in sella, e giù a rotolare rifacendo la strada del giorno prima: questa volta, finalmente, in discesa, a riprendere il treno per Venezia.

A distanza di anni posso ancora ricordare con piacere quella impresa, e la posso raccontare con soddisfazione, perché è stata progettata in piena autonomia e con il gusto della esplorazione di un tracciato che ancora non era stato sistemato e aperto. Una impresa di cui ancora ricordo la fatica, la sofferenza, la durezza della salita, tutta affrontata facendo appello esclusivamente alle personali energie, spingendo sui pedali di una MTB che pesava, a vuoto, circa 13 chili, e portava un bagaglio di 9.

In questi anni sono arrivate le E-Bike. Di fuori sembrano MTB come le altre, in alluminio, con corone e pignoni e pedali, ma si riconoscono per la notevole sezione dei tubi del telaio, che nascondono un consistente pacco di batterie e un potente motore elettrico. Bisogna comunque pedalare – mi dice un sostenitore delle mountain bike a trazione elettrica – e si deve risparmiare la carica delle batterie, che si spende quando necessita, quando la salita si fa lunga e ripida. Così – continua il ciclista a motore elettrico – anche un uomo maturo che potrebbe coprire al massimo 1.000 metri di dislivello, può oggi arrivare a toccare i 2.000 metri di dislivello, e coprire così distanze che eccedono sensibilmente la semplice portata delle sue energie personali.

A questo punto, però, sorge una domanda: che significa fare una esperienza autentica?

E’ chiaro che se stiamo parlando di un semplice mezzo di trasporto, un mezzo che semplicemente permette spostamenti nella vita di tutti i giorni, allora sicuramente la bicicletta elettrica rappresenta un mezzo che consente anche a persone di ottanta anni di spostarsi agevolmente in città, e di affrontare salite, e di muoversi liberamente a basso costo, e senza produrre rilevanti danni ambientali. Ma parliamo di persone di 80 anni suonati. Vedere uomini e donne appena maturi, oppure decisamente giovani, sfrecciare sulle strade facendo solo finta di pedalare – giusto perché altrimenti il motore elettrico non si attiva – lascia, come dire, piuttosto perplessi. Se specifiche necessità non impongono scelte obbligate – cioè malattie o peculiari condizioni – è chiaro che un sano esercizio fisico, una vera, autentica, paziente e robusta pedalata, giova immensamente a uomini e donne di tutte le età, ottantenni compresi.

Se poi parliamo di esperienze di tipo ludico o alpinistico-escursionistiche, oppure con una valenza “sportiva”, pare che il discorso si debba avviare su altri binari. In questo caso, quello che conta, quello che costituisce il nocciolo essenziale, quello che caratterizza da un punto di vista umano una esperienza autentica, è il poter dire con verità “l’ho fatto con le mie sole forze”, cioè, veramente, “l’ho fatto io”.

Il senso della esperienza che ho narrato all’inizio è tutto qui.

Se un uomo può superare solo 1.000 metri di dislivello, ebbene, accetti il suo limite, e copra solo 1.000 metri di dislivello, ma saranno veramente e autenticamente suoi, tutti, nessun metro escluso. Un uomo che con la bicicletta elettrificata riesca a superare 2.000 metri di dislivello non potrà andare a raccontarlo, perché non sarà in grado di distinguere quali metri li ha pedalati lui, faticando, e quali invece li ha percorsi il suo motore elettrico. Al più potrà fornire indicazioni sulla marca e la bontà delle batterie che ha comperato. Il valore della sua esperienza, dal punto di vista umano, è zero. Tanto varrebbe, a questo punto, dotarsi di un puro e semplice ciclomotore elettrico, banale, semplice, ma almeno onesto, pienamente onesto nel dichiarare la sua trazione a motore.

Per un uomo e per una donna è fondamentale non abdicare mai al proprio pieno ed essenziale potere umano fisico, al potere delle proprie gambe, al potere delle proprie braccia, al potere del proprio fiato naturale. E’ questione di consapevolezza piena, è questione di piena accettazione di sé e dei propri limiti fisici naturali.

E’ questione di etica.

P.S. Nella foto una veduta del Lägh da Cavloc, metri 1907. Questa estate padri quarantenni con figli dodicenni tutti a cavallo di mountain bike elettriche. Ma il passo del Maloja, dove transitano gli autopostali che salgono da Chiavenna e consentono il trasporto delle MTB, si trova meno di 150 metri più in basso, raggiungibile a piedi in meno di un’ora per strada forestale e con rampe pavimentate in cemento. Una passeggiata alla portata di un bambino sano.

Ragazza in bicicletta, una sera

 

 

Un tratto di linea ferroviaria dismesso. Una proposta: realizzare una pista ciclabile che riutilizzi il sedime, e unisca due punti di Chirignago in maniera sicura per ciclisti e pedoni. Si tratta di meno di 3 chilometri, dalla località Valsugana fino ad Asseggiano.
Il tratto è quasi rettilineo, salvo piegare leggermente verso Nord, e si snoda lontano dal traffico, dai fumi, dai rumori, in parte in mezzo a campagne con vista aperta, in parte accanto a case e giardini alberati.
Un gruppo di persone attive si impegna, e si raccolgono parecchie centinaia di firme. Si consegnano le firme all’Assessore, presso la sua sede: strette di mano, foto di rito, articoli sui giornali. Anno 2012 (cito a memoria). Ma il sedime è delle “ferrovie”. Si dirà, poca cosa, questione di pratiche burocratiche.
Invece passano gli anni: uno, due, tre… Dopo sei anni, finalmente, fine estate 2018, iniziano i lavori per tagliare i rovi, spianare la massicciata e stendere un sottile strato di un particolare rivestimento poroso. Pochi soldi, in effetti, a confronto dei benefici attesi.
I lavori procedono.
Eppure, qualcosa manca. La via sulla quale affaccia la mia casa, una via laterale, tranquilla e priva di traffico, molto sicura per i ciclisti, unisce esattamente la pista ciclabile in costruzione con il più ampio parco pubblico di Chirignago, e subito dopo con la via principale, e con i vicini poli delle scuole elementari e delle medie. Eppure la recinzione in cemento, realizzata giustamente per separare la via dai binari della linea ferroviaria, rimane al suo posto.
Domanda: qualcuno, in sei anni di progettazione, ha pensato di realizzare un semplice taglio e una piccola rampa per consentire il passaggio e l’accesso alla nuova pista?
Cronometro alla mano, misuro i tempi dalla ultima casa della via al punto corrispondente sulla massicciata della ex linea ferroviaria, a dieci metri in linea d’aria, oltre la recinzione.
Sono otto minuti a piedi per arrivare allo stesso punto, girando in tondo, e passando per centinaia di metri di strada senza marciapiede.
Voglio vederci chiaro. Computer, sito internet del Comune di Venezia, alcune telefonate a vari uffici.
Presto, con molta cortesia, richiama l’ingegnere responsabile del progetto, che già avevo avuto modo di conoscere. Fissiamo un incontro a distanza di pochi giorni. Nel suo ufficio – 6 novembre 2018 – ho modo di visionare con calma il progetto della pista in costruzione: l’accesso diretto alla via e al parco, in sicurezza, semplicemente non è previsto. Motivi burocratici, dice in sostanza l’ingegnere, impediscono la realizzazione, anche se proverà a sentire un certo ufficio competente. Forse è necessario, ancora una volta, mettersi a raccogliere firme, per ottenere ciò che pare così ben motivato e semplice da realizzare, ora che il cantiere è aperto.
Comincio a parlare della cosa con i vicini, a informare che non è prevista la realizzazione di un passaggio.
Inizi di dicembre, telefono ancora all’ingegnere, il quale conferma che è ancora tutto come prima.
Passano le Feste, inizia il nuovo anno. Tra gennaio e febbraio qualcosa si è mosso negli uffici del Comune: una impresa interviene e taglia la recinzione e il muro di sostegno, aprendo un varco. Iniziano i lavori di costruzione della rampa: cemento grezzo, poi la finitura di superficie, infine, una funzionale ringhiera in acciaio.
In questi giorni, in queste sere d’estate, è bello vedere la gente che accede in sicurezza alla nuova pista, le comari che passeggiano comodamente discorrendo del più e del meno; uomini che corrono avanti con scarpette e calzoncini; nonne e bambini con il casco che spingono sui pattini; coppie di genitori che spingono infanti su carrozzine; compagnie gioiose di ragazzi e ragazze che pedalano in bicicletta.