Il presente, il futuro

Domande e risposte su presente e futuro, su normalità e felicità. Perché il 2020 non è un anno normale.

E’ un video.

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https://vimeo.com/422404421

 

Davide Frisoli, ricordi, frammenti

Aprile 2020, la primavera è esplosa con la sua luce, i fiori, il ritorno dei rondoni. Eppure, un virus, in pochi giorni, troppo presto, ha portato via Davide.

Ricordo ancora l’orario del treno: 6.43. Alla stazione di Carpenedo – dove anche io vivevo in quegli anni, intorno al 2005 – a dicembre, a gennaio, a febbraio, era ancora notte fonda. In pratica, un’ora di viaggio. Si dormicchiava, si consultava qualche carta, si leggeva. Si dialogava. Poi il treno, fermata dopo fermata, si riempiva, affollato da studenti, da altri lavoratori. Davide ascoltava musica, con le cuffiette. A Portogruaro era uno dei primi a varcare il portone della scuola, prof di ruolo, abbonato delle Ferrovie da settembre a giugno.

Davide si era rimesso a lavorare sui libri, con lena, a frequentare corsi, e fruiva di tutte le opportunità e i permessi per approfondire lo studio della psicologia. Dopo alcuni anni di impegno, superati tutti gli esami e le prove, aveva conseguito i titoli per esercitare la professione. Ricordo una visita nel suo appartamento, a pochi passi da Piazza Ferretto, dove aveva allestito il suo studio.

Ci eravamo incrociati alcuni anni prima, fine anni Novanta, anche se non ricordo bene dove. Un corso, un convegno, o qualcosa di simile, non ricordo la occasione specifica.

Per viale Garibaldi, dalle parti della Feltrinelli, ci si incrociava, e a volte si faceva un tratto di strada assieme, si parlava di cose personali.

Si era sposato con una collega, una bambina, un bambino. Un pomeriggio era a passeggio con uno dei piccoli, dalle parti di via Palazzo, e mi spiegava che erano alla ricerca di un particolare modellino, una riproduzione accurata, circa 10 centimetri, perfettamente dipinta, di non ricordo quale animale. I figli ne facevano collezione. Il negozio di giocattoli era a pochi passi, e mi ha invitato a varcare con loro la soglia di quel favoloso deposito di meraviglie infantili. Ecco, il piccolo animale era lì, ad aspettare minuscole mani felici e grate.

Poi si era messo al lavoro per diventare dirigente scolastico. Era riuscito nell’impresa, e aveva lasciato la cattedra di insegnamento, e aveva anche dovuto lasciare ogni attività professionale nel campo della psicologia. Spendeva le sue competenze, la sua esperienza come insegnante, prima da precario, poi prof di ruolo, per ascoltare studenti, genitori, colleghi in cattedra.

Ricordo l’ultima conversazione, una mezz’ora forse, a novembre. Si parlava della catastrofe ambientale, della catastrofe climatica, della manifestazione di Friday For Future che anche a Venezia si era tenuta a settembre, di quel che si poteva e doveva fare. Vedi – mi diceva Davide, con occhi acuti – a casa ho mia figlia che è Greta Thunberg 2, e ci tiene tutti in riga.

Con Davide ci si è visti poco, ciascuno preso nei propri impegni, e per quantità le ore vissute gomito a gomito non sono poi molte. Ma il dialogo, tra gli esseri umani, è fatto di spessore e qualità, e la qualità prevale sulla mera quantità.

Ecco, il nome di Davide sta scritto nel migliore degli elenchi, nell’elenco degli amici.

 

Il futuro nelle tue mani

Un evento ha rivoluzionato la vita di miliardi di persone. Inatteso. Ha dato una scossa alla routine di una vita, ha fatto volare via illusorie certezze, ha tolto il velo a semplici verità fattuali. Credevamo di essere al sicuro. La Cina era lontana.

Ci siamo ritrovati in pochi giorni, tutti, nella condizione di reclusi in attesa di giudizio. Abbiamo insieme – e non più in ordine sparso, alla spicciolata – sperimentato sentimenti quali lo sgomento, la paura, l’angoscia, il senso di impotenza.

Questo potrebbe risolversi, per ciascuno, in un semplice evento traumatico, maledetto, che passerà sopra la spessa scorza senza lasciare alcuna traccia durevole. Acqua ghiacciata, che scivola via, passeggera.

Potrebbe invece rivelarsi – pur in mezzo alla tragedia, che tanti colpisce – una inaspettata occasione per mettere a fuoco la più pura ed essenziale verità, per guardare fisso negli occhi la realtà delle cose. Una occasione per crescere, per diventare, magari a ottanta anni suonati, adulti.

La quarantena ci toglie molte possibilità di azione, ma non ci toglie la possibilità di vivere ogni minuto decidendo la qualità della nostra vita.

La possibilità di vivere con intelligenza, sensibilità, dignità e, non ultimo, amore, ogni nostro minuto sta tutta intera nelle nostre mani.

Possiamo scegliere di non subire passivamente una imposizione piovuta quale fato avverso, ma di assumere consapevolmente il nostro destino e di sceglierlo, di trasformare un disastro in una preziosa opportunità. Possiamo, ancora e ancora, mettere a fuoco gli elementi fondamentali della nostra vita: la relazione tra la nostra vita, il tempo di cui disponiamo e che ancora ci rimane, quelli che consideriamo i beni reali ed essenziali, le connessioni che ci legano agli altri nostri simili.

Per tutti, l’occasione per conseguire un più elevato livello di veglia; per alcuni – forse – la fine di un lungo stregato sonno, la fine di un lungo letargo fatto di conformismo e consumismo, il risveglio magico in una nuova dimensione, in una nuova vita essenziale, autentica, sana.

Sotto le coperte, alle sei, alle sette, alle otto di un lunedì, ad aprile, lontano da autobus pigiati, da carrozze della metro affollate, da Airbus e Boeing acchiappati al volo, da code bibliche di veicoli sul Grande Raccordo Anulare, al calduccio, annusando un caffè, sorgeranno domande interessanti. Che significa “lavorare”? Svolgere un “lavoro” perfettamente inutile? Molestare gli altri per rifilare merci superflue? Sfiancarsi per “attività” idiote, devastanti, inquinanti, radicalmente dannose? Sfibrarsi per alimentare le mangiatoie dei parassiti e dei potenti? Truffare gli altri?

Per cosa? Per il denaro? Tutto qui?

Questi i giorni di un periodo memorabile, nelle nostre mani l’inizio di un nuovo mattino. L’alba gelida di una nuova era. Una nuova storia, il canto del gallo.

 

Post scriptum. Un primo elenco di storie, di riflessioni, di romanzi, per ampliare gli orizzonti, per alimentare il cuore e la mente, per cambiare prospettiva.

Erich Fromm, Avere o essere.

Serge Latouche, La scommessa della decrescita.

Epicuro, Lettera a Meneceo. Una lettera sulla felicità, sette pagine di valore assoluto. Segnalo l’introduzione e l’edizione curata da Carlo Diano.

Luciano Bianciardi, La vita agra.

Hermann Hesse, Demian.

Axel Munthe, La storia di San Michele. San Michele è il nome di un luogo, diventato la dimora dell’autore, un medico di grande umanità, uno scrittore. Tra le altre cose, narra la sua esperienza di medico durante l’epidemia di colera scoppiata a Napoli, fine Ottocento.

La felicità come forza e levità

Il colore, la materialità scultorea della pianta, la presenza di un essere tra i più incantevoli. Posato con levità a succhiare il nettare della vita, in perfetta armonia con il suo ambiente, pennellata di una magica tavolozza. Tinta su tinta, tono su tono, sfumatura su sfumatura.

La felicità è lieve.

E’ uno stato di soddisfazione connesso alla propria situazione nel mondo. Pare – a guardare la fotografia – che questa farfalla possa dirsi soddisfatta della propria situazione nel mondo. La felicità è uno stato, e dunque relativamente stabile, e riesce a trovare il sentiero per affermarsi e mantenersi, pur in mezzo alle incertezze e alle angustie di una vita. E dunque è lieve, facile, leggera da portare.

Una conquista, comunque, non un regalo, come sempre quando si parla di cose importanti. Richiede un profondo e autentico lavoro interiore, in primo luogo, e una ricerca costante e paziente.

E’ una costruzione, l’edificazione della propria interiorità, della propria personalità, inserita e in armonia con il mondo, capace come una farfalla di riconoscere le semplici cose buone, la linfa da cui trarre alimento ed energia. E’ anche lotta, se necessario, perché capace di dire no – un no chiaro e deciso: alle lusinghe senza sostanza, alla immondizia ben confezionata che viene quotidianamente pubblicizzata e spacciata, e lodata dagli spot e dalle chiacchiere.

Perché sa dire si – un forte e limpido si – alle esperienze e alle cose che contano davvero, che sono salutari e autentiche.

Per questo occorre conquistare una chiara visione del mondo, e imparare a distinguere ciò che è essenziale e utile alla vita, pulsante e biologica, e ciò che è merce volgare, proposta per mungere le migliori energie del singolo, e spennare l’incauto e l’illuso di turno. Ci vuole dunque cervello e studio, per evitare la trappola.

La felicità è forte, proprio come una farfalla, perché è forza genuina, personale, fisica e mentale, di idee e muscoli. Le farfalle, alcune almeno, esprimono una forza veramente notevole, a dispetto dell’immagine comune di animaletto delicato e fragile.

La Vanessa cardui, conosciuta nelle isole britanniche come Painted Lady, ha una apertura alare di circa 5 centimetri, pesa pochi grammi, e quando le ombre dell’autunno si fanno prossime, spicca il volo e lascia le rive del Tamigi. Vola per centinaia e centinaia di chilometri, tappa dopo tappa, in un viaggio migratorio verso il soleggiato Sud, verso le calde regioni dell’Africa.

Questo è un esempio di genuina forza. La forza è leggera, non pesante.

Occorre un vero cambio di prospettiva, e spalancare gli occhi e le fibre della mente. Una rivoluzione di pensiero e di azione, è necessaria, che oltrepassi i luoghi comuni sedimentati nei secoli passati, e archivi definitivamente il Novecento come uno dei secoli più tragici della storia umana. La forza, la potenza, non è nella bomba di Hiroshima, e neppure nella centrale di Fukushima, schiantata da una esplosione, e neppure nell’esplosione quotidiana delle benzine e dei gasoli, dei fumi tossici dei Suv, dei Crossover, delle supercar e delle utilitarie.

La forza autentica è nelle ali di una farfalla. La forza autentica è nei piedi. Per scoprirlo basta camminare e pestare il suolo domestico, per capirlo basta pigiare sui pedali della propria bicicletta.

La felicità è forza e levità, e per spiccare il volo e sollevarsi dai lacci e dalle pastoie, conviene alleggerire il bagaglio, e liberarsi dei pesi e dei fardelli superflui. Conviene fuggire dalle trappole quotidiane, della routine del lavoro fatto solo per il denaro, del consumo forzato e del divertimento coatto. Conviene liberarsi dalla mania gravosa di comprare aggeggi, vestiti e cosette varie, e anzi iniziare a vendere – o magari regalare – quelle cose ancora utili abbandonate nei cassetti, negli armadi, nei magazzini e nelle soffitte.

Ogni settimana, ogni giorno possiamo liberarci di un peso, di un ingombro, di un impaccio, di una abitudine idiota: una azione di liberazione concreta, per la propria vita, per il proprio benessere, per trovare ancora forza e levità.

Liberarsi della zavorra per volare leggeri – per volare adesso.

 

* La foto è stata scattata sulle Alpi, a oltre 1800 metri di quota, e non conosco la specie di appartenenza della farfalla. Per la Vanessa cardui: “Round-trip across the Sahara: Afrotropical Painted Lady butterflies recolonize the Mediterranean in early spring.” Reperibile on line: https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rsbl.2018.0274

2020. Bonus?

Quidquid facere te potest bonum tecum est. Quid tibi opus est ut sis bonus? Velle. –

Tutto ciò che ti può rendere “bonum” è in tuo possesso. Cosa ti occorre per essere “bonus”? Volerlo. –

E’ un passo di Seneca. Esprime una verità fondamentale. E’ una massima da tenere sotto gli occhi, da ripetere ogni giorno.

Ma cosa significa “bonus”? Molte cose, e anche oggi in italiano “buono” assume varie valenze. Può voler dire “buono; lieto; prospero”; ma anche indicare un concetto filosofico come “il bene”. Può significare “nobile”, a motivo dei natali; ma anche – e su questo intendo soffermarmi – indicare il possesso di qualità morali e intellettuali, che fanno essere un uomo “retto; onesto”, e, infine, “valente”.

Per essere un uomo, una donna, “valente”, non è dunque necessaria una nascita “nobile”, o il possedere una fortuna in beni materiali, perché ciascuno ha già tutto quello che occorre, e quel che serve ed è necessario allo scopo è già in suo “possesso”.

Volerlo.

Nessuno ci può obbligare a volere qualche cosa. Eppure, in molti modi, possiamo essere condotti anche noi, docilmente, alla greppia e all’abbeveratoio. Possiamo sentirci in qualche modo minacciati, direttamente o indirettamente, e la paura può condurre il nostro comportamento; oppure, al contrario, possiamo essere sedotti da rappresentazioni allettanti, da immagini che attirano con la forza della loro immediatezza, da video accattivanti dove sempre splende il sole e tutti sorridono e la musica è sempre quella giusta. Questi mezzi, l’intimidazione e la seduzione, sono generalmente utilizzati nelle società occidentali per condurre docilmente le menti dei singoli. I cuori, e i piedi, naturalmente, seguiranno senza alcuna apparente coercizione.

Eppure nessuna azione può essere compiuta se non da noi. Nessuna omissione.

La qualità delle nostre azioni deriva dalla qualità delle nostre intenzioni, dalla qualità delle nostre riflessioni, analisi, meditazioni. Sono e saranno azioni nostre, veramente “nostre”, se impariamo a coltivare la capacità di essere liberi, se alimentiamo la consapevolezza di avere delle possibilità, e sta a noi comprendere e tradurre le possibilità in azioni e realtà effettive.

Solo noi possiamo avere i nostri sogni, e gettare le fondamenta dell’azione su qualcosa di solido, e realizzare qualche cosa di autentico. Ciò che è solido, attenzione, non è qualcosa di materiale, ma la nostra capacità di volere – se la coltiviamo – e dunque, infine, la nostra capacità di essere liberi.

Occorre, per questo, rendere limpida la visione.

Gli esseri e le cose del mondo sono sotto i nostri occhi, ma la visione che ne abbiamo è condizionata dai nostri desideri, dalle paure, dalle aspettative, dalle attrazioni e dalle repulsioni. Tutto questo è parte del nostro essere uomini e donne, e costituisce in profondità la nostra maniera di entrare in relazione con l’ambiente e con gli altri, ed è parte integrante della nostra personalità. Naturalmente, se si preferisce il gelato al pistacchio, e si rifiuta quello al cioccolato, nulla cambia nella nostra vita, che queste sono inezie.

Al contrario – non è necessario fare degli esempi – inclinazioni, scelte, azioni, passività, omissioni, modi di concepire il mondo costituiscono quello che noi siamo, quello che siamo veramente. Occorre, su questo, coltivare la consapevolezza, ed essere interiormente attivi e non passivi.

Qui si radica la nostra più essenziale possibilità di essere liberi, qui si radica la nostra più concreta possibilità di essere schiavi. Schiavitù o libertà? A noi decidere.

Per farlo occorre cercare di avere e coltivare il senso del nostro “io”, avere la capacità di mettere a fuoco quello che noi siamo e vogliamo essere, ponendo l’attenzione su quel centro profondo della nostra personalità, su quel nocciolo della nostra volontà, su quel nucleo relativamente stabile che tendiamo a considerare il nostro io.

Il dono e il pacco

 

Un dono rappresenta qualcosa carico di significati per chi lo offre e per chi lo riceve. Il senso di un dono è ciò che lo caratterizza, che lo rende tale.

Sottende una comunicazione, una qualche forma di relazione tra due persone che, almeno un poco, sono in contatto, si conoscono, si comprendono.

Un dono è più di un semplice oggetto, non è semplicemente una “cosa”: una penna rimane essenzialmente uno strumento di scrittura, ma quale dono può assumere il significato implicito di un augurio (diventa un valido scrittore, auguri!), o costituire una manifestazione di affetto (penso a te…). Un anello può anche essere di materiale non raro e costoso, magari di semplice vetro, eppure ha valore per il messaggio che porta con sé.

Se il dono consiste in qualcosa di materiale, in ogni caso, entra in gioco anche la qualità della cosa stessa. Attenzione: dico chiaro che intendo la qualità, la foggia, la bellezza intrinseca della cosa, e non mi riferisco al suo prezzo sul mercato, alla quantità di denaro che equivale alla sua quotazione.

Altra cosa è un pacco. Un pacco è una cosa, una semplice cosa, una cosa muta, che non dice nulla, che non manifesta un significato apprezzabile. E’ solo una cianfrusaglia – magari anche costosa, in termini di prezzo – tra le tante, tra le troppe che spesso ingombrano le case, gli armadi, i cassetti. E’ solo una cosa povera di senso, che magari viene regalata con superficialità, o per la pressione di un qualche obbligo più o meno esplicito, meramente convenzionale: perché è la “festa della zia”; la “festa della nonna”; la “festa del papà”; la festa di dicembre con i pacchetti colorati depositati sotto l’albero.

Il tipo peggiore di “pacco”, in assoluto, è rappresentato da quegli oggetti che sono, intrinsecamente, “spazzatura”: cose nate già come spazzatura, uscite nuove di fabbrica quale immondizia pura e semplice.

Un esemplare, che rappresenta in maniera paradigmatica l’intera categoria di tali oggetti-spazzatura, è nella foto che pubblico. Ritrae la pagina di un fascicolo pubblicitario, che è stato inserito nella cassetta della posta esattamente un anno fa, autunno 2018. L’ho conservato.

Il fascicolo è di discreta fattura, carta di apprezzabile consistenza, patinata. La fotografia è di buona qualità, come la composizione. Interessante è l’ambientazione, che lascia intuire più che dire esplicitamente, anche se il messaggio è chiaro. Si tratta di una casa, una casa antica restaurata con cura, con una porta in legno massiccio, gli stipiti in pietra, i muri faccia a vista e le fughe ben tinteggiate di bianco. Una casa di qualità, una casa ricca. Uno scenario ben curato per mettere in mostra i prodotti da vendere, per ben disporre l’animo del potenziale acquirente, che si appresta a leggere le didascalie, a valutare la qualità degli oggetti offerti in vendita.

Ebbene, cosa viene offerto, e di quale qualità?

Oggetto uno, due, tre. Infine, in basso, dulcis in fundo, <<LANTERNA – effetto camino a batteria>>, altezza 27 centimetri.

Come? Dietro, in secondo piano, c’è una tipica lanterna, e dentro si vedono bene le candele accese, e il nome corrisponde pienamente alla cosa; ma questa, in primo piano, dalla struttura nera e dallo schermo rosso, non regge il confronto. La “cosa” pretende di simulare nientemeno che un autentico camino, di poter offrire, con i suoi 16 centimetri di larghezza – meno di una spanna – e con l’ausilio di una piccola batteria, l’ <<effetto>> di un camino arroventato, fiammeggiante, bruciante, schioccante, odoroso di resina, avido e ingordo di nobili essenze.

Che dire ancora. Quella cosa a forma di lanterna pare uno spreco di plastica, metallo, lampadina, batteria, scatola di cartone, magazzino, camion e gasolio per il trasporto. Infine, soprattutto, spreco imperdonabile di lavoro di mani di donne e uomini, di vita preziosa di esseri umani rinchiusi in qualche fabbrica.

Chi può avere il meschino impulso di comprare una cosa simile e, peggio, portarla a casa?

Solleviamoci subito, cambiamo orizzonte. La visione di cose misere ci spinge a pensare a cose nobili, semplicemente belle, essenzialmente buone.

Non è questione di prezzo: è questione di qualità, è questione di gusto, è questione di grazia.

E’ migliore un sano, lindo, genuino spazio vuoto.

Voglio svelare un segreto, conosciuto da migliaia di anni, noto agli uomini e alle donne intelligenti e sagge: i veri doni, gli autentici doni, i più preziosi tra i doni, sono completamente immateriali.

Il proprio tempo offerto in dono; la più fine, acuta e gentile attenzione.

Camminare

Un fienile, prati curati e falciati regolarmente, boschi che salgono per le pendici di un monte, un sentiero erboso che conduce dove i passi spingono.

Camminare per trovare se stessi, per sentire di essere, ed essere, uomini (e donne) interi ben piantati sopra ai propri piedi, ben saldi sulle gambe.

Per conoscere il mondo occorre pestarlo con i propri piedi, e sentire la fatica nei muscoli, e fiutare l’aria aperta dei campi, dei prati e dei boschi. E sedere sotto un castagno, e raccogliere i ricci carichi di frutti maturi, da arrostire sul fuoco in una sera d’autunno, e mangiarli scottandosi le dita.

Camminare con agio, con la libertà interiore e serena di chi sa sollevarsi sopra le nebbie grigie delle vie cittadine, e sciogliersi dalle pastoie delle trite questioni domestiche, senza pungolo di faccenda quotidiana.

Perché sa andare leggero come una farfalla, gentile come un passero, elevato come un’aquila sopra un panorama di vette, e laghi e foreste verdeggianti. Basta uscire dalle porte della città, e spingersi per i tratturi che menano per i campi, e avventurarsi per sentieri ombrosi che entrano nel fitto di boschetti selvatici. In un raggio di dieci chilometri si possono scoprire mondi incantati, abitati dalla volpe e dalla lepre, dalla ghiandaia e dalla gazza.

Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso – scrive Henry David Thoreau in un piccolo libro ricco di umanità, di semplicità, di libertà, Camminare.

 

Agire, agire, agire (e prima pensare)

 

Le grandi manifestazioni di venerdì 27 settembre hanno chiuso la settimana di azione per il clima, promosse da gruppi di giovani, a livello mondiale, ispirati dalla protesta di Greta Thunberg. Greta, su Twitter, riferisce che i primi dati parlano di almeno 7 milioni di partecipanti, scesi in piazza ai quattro angoli del Pianeta.

La prima domanda è la seguente: il clima sta veramente cambiando? Per trovare risposte fondate conviene cercare fonti autorevoli, e dunque rivolgersi agli scienziati. Gli studi scientifici che investono in qualche modo il tema sono migliaia, e per la loro stessa mole chiedono un impegno che supera la portata di un comune mortale, e anche quella di un uomo politico medio. Per questo le Nazioni Unite hanno dato vita ad un organismo specifico, lo Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), di cui fanno parte centinaia di studiosi di varie discipline, provenienti da tutto il mondo, che ha esattamente il compito di leggere e valutare tutti gli studi scientifici prodotti sul tema del cambiamento climatico. Il loro lavoro viene poi sintetizzato in report che vengono pubblicati e diffusi in rete.

I report pubblicati da IPCC parlano chiaro: la Terra si sta riscaldando progressivamente e con un ritmo piuttosto deciso. Si tratta, ovviamente, delle temperature medie che vengono rilevate e calcolate a livello globale, e che vengono paragonate alle analoghe misurazioni effettuate, ad esempio, negli anni 1900-1910 e 1950-1960.

Le cause del riscaldamento globale? Le numerose attività umane che immettono nella atmosfera quelli che vengono definiti “gas serra”, come CO2, metano, e altri. Derivano, come noto, da varie fonti e dalla combustione di combustibili fossili, petrolio e carbone in primo luogo, ma anche dagli animali ammassati negli allevamenti, che costituiscono una consistente fonte di metano rilasciato in atmosfera.

Che fare?

Per prima cosa mettere a fuoco la nostra visione: prendere in mano e affinare la nostra visione del mondo, della nostra vita e della vita degli altri esseri.

Una certa visione del mondo, diffusa e pervasiva, continua a dipingere la Terra come un grande serbatoio di risorse, disponibili e accessibili, e basta allungare la mano, o scavare un pozzo, e si può prendere quel che si vuole, e avere una “crescita” continua e senza fine: basta avere i soldi, per pagare, naturalmente. Tutto si vende e tutto si compra nel grande Supermercato globale. E i rifiuti si buttano nella spazzatura, magari “differenziata”, e i gas tossici e serra si buttano, con tranquilla coscienza, in giro per l’aria, in balia dei venti.

Ebbene, questa visione del mondo è povera e falsa.

Questa visione del mondo ci sta portando, a grandi passi, verso la catastrofe climatica: gli ecosistemi non sono in grado di modificarsi e adattarsi ad un rapido innalzamento delle temperature medie globali. Le conseguenze sono le estinzioni di massa: quella umana è una delle numerose specie viventi inserite nella lista, perché gli uomini – e sono vari miliardi – camminano e respirano e mangiano se esiste un mondo ancora vivibile.

L’atmosfera non è un grande nulla, una grande discarica gassosa, disponibile gratis, dove bruciare e fumigare a piacimento quel che si crede; la Terra non è una grande miniera a cielo aperto, dove cavare ogni elemento e dove sversare, seppellire, ammucchiare e disperdere ogni genere di immondizia, ogni specie di rifiuto tossico, da lasciare in eredità alle generazioni future.

Che fare?

Due cose: pensare ed agire. Pare strano, ma a volte si evita di fare e l’una cosa e l’altra, almeno seriamente, e ci si contenta di quattro chiacchiere di superficie. Ovviamente, per poter pensare occorre prima informarsi: IPCC, data la complessità dei report che produce, realizza delle sintesi destinate ai “policymaker”, i “decisori politici”, gli uomini che stanno al governo. Queste sintesi sono on line, tutti le possono scaricare e leggere.

Possiamo così sederci tranquilli e aspettare che il governo di Roma, e i governi, discutano e approvino le misure più efficaci?

Che fare?

Aspettare che i governi decidano e ci dicano cosa fare? Sicuramente, e necessariamente, i governi e i parlamenti devono fare la loro parte, e le manifestazioni di piazza sono un pungolo utile e potente. Ma possiamo fidarci della tempestività, della efficacia, della assennatezza, della onestà degli uomini di governo? Le risposte alle prime due questioni sono, molto probabilmente, “no”: anche nel migliore dei mondi possibili, i tempi di reazione dei governi sono piuttosto lunghi, e dunque sarà necessario continuare a premere e manifestare, perché si tratta di mettere mano ad un sistema intricato e solido di interessi costituiti. Ma la questione climatica è una emergenza, letteralmente, e come tale deve essere affrontata.

In secondo luogo c’è il problema della efficacia, cioè della incidenza effettiva delle decisioni di governo. Ebbene, forse qualcuno lo dimentica, non è tutto nelle mani di un governo insediato a Roma, o a Parigi, o a Londra: a casa mia il governo sono io; a casa tua il governo sei tu. E dico “casa” a ragion veduta, perché una delle fonti di “gas serra” è costituita proprio dalle abitazioni, e dagli uffici: nessun governo, da Roma, verrà a controllare come e quanto si riscaldano le mura domestiche. Nessuno verrà a vedere cosa si mette nel carrello del supermercato quando si fa la spesa, o se si seguono le mille altre pratiche che non portano impatto sull’ambiente e sul clima. Insomma, il governo, nel nostro pezzetto di mondo, siamo noi, e sta a noi cominciare ad agire.

Se la casa brucia, ed è quello che sta avvenendo, si smette di buttare benzina sul fuoco, e si corre a spegnere l’incendio, non si sta ad aspettare che lo dica il ministro di turno.

 

Nella foto, un frammento della manifestazione di Venezia.

La gamba ed il pedale

La stazione ferroviaria di Calalzo si trova a 741 metri sul livello del mare. E’ una stazione di testa, dove ha termine una linea di montagna che sale da Vittorio Veneto e offre panorami su valli e boschi di conifere. Un buon numero di anni or sono, trovato un socio disposto a pedalare in salita, ci siamo lanciati ad esplorare il tracciato della dismessa linea ferroviaria Calalzo-Cortina-Dobbiaco. Avevo una mountain bike nuova di zecca, e l’ho caricata sul treno fino a Calalzo.

La ciclabile come la conosciamo oggi era ancora allo stato di progetto, e dunque il tracciato non era ufficialmente aperto al pubblico. Tra Valle di Cadore e San Vito si trattava di passare per gallerie senza illuminazione, di pedalare a volte su una massicciata con pietrisco grosso, di zigzagare tra arbusti e massi franati. Ad un certo punto il sedime era stato completamente invaso dai rovi e passare era letteralmente impossibile, così, per non tornare indietro, abbiamo dovuto calare le biciclette giù per la scarpata fino alla sede della strada statale, che correva alcuni metri più in basso.

Cortina d’Ampezzo, finalmente, ma il nostro obbiettivo era ben più ambizioso. Avevo montato una bagagliera a sbalzo, imbullonata direttamente sul tubo reggisella, e sopra era fissato saldamente uno zaino da montagna che pesava, almeno, 9 chili. Giacca a vento, vestiti di ricambio, scarponi, cibo, il necessario per passare una notte in rifugio. Così dopo Cortina, metri 1211, è iniziata la salita tosta entro il Parco naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, su su fino al Rifugio Ra Stua e poi oltre, sudando come dannati, spremendo le energie fino al midollo, incontrando tratti con ghiaia grossa, fino alla Utia de Senes, il Rifugio Sennes, a quota 2116 metri sul livello del mare. Un dislivello di 1375 metri, tutti in salita.

Al Rifugio ci aspettavano altri soci della compagnia, e così, il giorno dopo, lasciata la MTB in rifugio e calzati gli scarponi, siamo saliti tutti per la via normale fino alla cima del Seekofel/Croda del Beco a 2.810 metri di quota.

Poi di nuovo giù al rifugio, caricata di nuovo la bicicletta, su in sella, e giù a rotolare rifacendo la strada del giorno prima: questa volta, finalmente, in discesa, a riprendere il treno per Venezia.

A distanza di anni posso ancora ricordare con piacere quella impresa, e la posso raccontare con soddisfazione, perché è stata progettata in piena autonomia e con il gusto della esplorazione di un tracciato che ancora non era stato sistemato e aperto. Una impresa di cui ancora ricordo la fatica, la sofferenza, la durezza della salita, tutta affrontata facendo appello esclusivamente alle personali energie, spingendo sui pedali di una MTB che pesava, a vuoto, circa 13 chili, e portava un bagaglio di 9.

In questi anni sono arrivate le E-Bike. Di fuori sembrano MTB come le altre, in alluminio, con corone e pignoni e pedali, ma si riconoscono per la notevole sezione dei tubi del telaio, che nascondono un consistente pacco di batterie e un potente motore elettrico. Bisogna comunque pedalare – mi dice un sostenitore delle mountain bike a trazione elettrica – e si deve risparmiare la carica delle batterie, che si spende quando necessita, quando la salita si fa lunga e ripida. Così – continua il ciclista a motore elettrico – anche un uomo maturo che potrebbe coprire al massimo 1.000 metri di dislivello, può oggi arrivare a toccare i 2.000 metri di dislivello, e coprire così distanze che eccedono sensibilmente la semplice portata delle sue energie personali.

A questo punto, però, sorge una domanda: che significa fare una esperienza autentica?

E’ chiaro che se stiamo parlando di un semplice mezzo di trasporto, un mezzo che semplicemente permette spostamenti nella vita di tutti i giorni, allora sicuramente la bicicletta elettrica rappresenta un mezzo che consente anche a persone di ottanta anni di spostarsi agevolmente in città, e di affrontare salite, e di muoversi liberamente a basso costo, e senza produrre rilevanti danni ambientali. Ma parliamo di persone di 80 anni suonati. Vedere uomini e donne appena maturi, oppure decisamente giovani, sfrecciare sulle strade facendo solo finta di pedalare – giusto perché altrimenti il motore elettrico non si attiva – lascia, come dire, piuttosto perplessi. Se specifiche necessità non impongono scelte obbligate – cioè malattie o peculiari condizioni – è chiaro che un sano esercizio fisico, una vera, autentica, paziente e robusta pedalata, giova immensamente a uomini e donne di tutte le età, ottantenni compresi.

Se poi parliamo di esperienze di tipo ludico o alpinistico-escursionistiche, oppure con una valenza “sportiva”, pare che il discorso si debba avviare su altri binari. In questo caso, quello che conta, quello che costituisce il nocciolo essenziale, quello che caratterizza da un punto di vista umano una esperienza autentica, è il poter dire con verità “l’ho fatto con le mie sole forze”, cioè, veramente, “l’ho fatto io”.

Il senso della esperienza che ho narrato all’inizio è tutto qui.

Se un uomo può superare solo 1.000 metri di dislivello, ebbene, accetti il suo limite, e copra solo 1.000 metri di dislivello, ma saranno veramente e autenticamente suoi, tutti, nessun metro escluso. Un uomo che con la bicicletta elettrificata riesca a superare 2.000 metri di dislivello non potrà andare a raccontarlo, perché non sarà in grado di distinguere quali metri li ha pedalati lui, faticando, e quali invece li ha percorsi il suo motore elettrico. Al più potrà fornire indicazioni sulla marca e la bontà delle batterie che ha comperato. Il valore della sua esperienza, dal punto di vista umano, è zero. Tanto varrebbe, a questo punto, dotarsi di un puro e semplice ciclomotore elettrico, banale, semplice, ma almeno onesto, pienamente onesto nel dichiarare la sua trazione a motore.

Per un uomo e per una donna è fondamentale non abdicare mai al proprio pieno ed essenziale potere umano fisico, al potere delle proprie gambe, al potere delle proprie braccia, al potere del proprio fiato naturale. E’ questione di consapevolezza piena, è questione di piena accettazione di sé e dei propri limiti fisici naturali.

E’ questione di etica.

P.S. Nella foto una veduta del Lägh da Cavloc, metri 1907. Questa estate padri quarantenni con figli dodicenni tutti a cavallo di mountain bike elettriche. Ma il passo del Maloja, dove transitano gli autopostali che salgono da Chiavenna e consentono il trasporto delle MTB, si trova meno di 150 metri più in basso, raggiungibile a piedi in meno di un’ora per strada forestale e con rampe pavimentate in cemento. Una passeggiata alla portata di un bambino sano.

Terre selvagge – Wilderness

Lägh dal Lunghin, metri 2490 sul livello del mare. Si sale al lago dal passo del Maloja, 690 metri più in basso – servito da frequenti e comodi autobus di linea – con una agevole camminata di due ore. Ho fatto il bagno, nuotando a tutta forza per un paio di minuti, vicino a riva. Anche in piena estate l’acqua è fredda, molto fredda.
Per entrare in acqua è sufficiente volontà e decisione, si cammina senza tentennamenti fino a quando rimane fuori solo la testa. E bracciate a volontà, a tutta. Poi subito fuori, ad asciugarsi, a togliere il costume da bagno e rimettere camicia e maglione.
E’ una esperienza, che posso ricordare con piacere, ed è totalmente mia, senza orpelli, senza aggiunta di apparati tecnici, senza il contributo determinante di altri, realizzata con le esclusive forze a mia disposizione.
Poi su, verso il Pass Lunghin.
Due camminatori in tutto. Una valle isolata. Silenzio. Perfetto silenzio.
In basso, pochi puntini appena visibili, alcune capre nere che brucano libere giocando e saltando per i sassi.
Nessun confine, nessuna recinzione, solo una vaga traccia di sentiero. Una traccia minimale, perfettamente naturale, perché lasciata dagli uomini nel loro essere degli animali bipedi, che come gli altri segnano una pista scavata solo dall’uso.
Due piedi, quattro zampe con zoccoli in qualche savana, sono capaci di pestare e portare a destinazione, o a spasso, per il puro piacere di andare.
Il fascino delle terre selvagge – della wilderness – è tutta in questa possibilità di vivere esperienze autentiche: un ambiente non compromesso dalle attività umane, e un essere umano che, nella sua essenziale fisicità e con la sua mente, si decide a fare una esperienza di immersione nella natura.
Questa esperienza è possibile solo se esistono entrambe le condizioni: un ambiente ancora praticamente allo stato naturale; e una persona che cerca di conoscere il mondo senza ansia, senza ninnoli e accessori, senza fretta.