Buio

<E quindi uscimmo a riveder le stelle>. E’ l’ultimo verso dell’Inferno, e Dante e Virgilio escono all’aria aperta, a guadagnare sollievo. Ma non è giorno, non sono accolti da una luce intensa, da un sole abbagliante. E’ notte, e si vedono le stelle.

Oggi, in tanti luoghi, le stelle non si vedono più. Ci sono, sono al loro posto, ma non si vedono. A Milano, come in molte città della Pianura padana, la visione delle stelle è impedita dal riflesso delle lampade che, dal tramonto all’alba, stanno accese. Anche lontano dalle mura cittadine, spesso, risulta difficile vedere la stella polare, e a malapena si distingue il Grande Carro, e in parecchie occasioni neppure quello. Bisogna attendere notti terse, con l’aria mondata delle polveri sottili e dei vapori, per poter vedere alcune manciate di stelle.

Per vedere un vero cielo stellato, per vedere la Via Lattea, per capire cosa significa una galassia, è necessario salire in quota, andare in vallette di montagna a 1.800 metri, lontani dai villaggi e dalle città alpine abbagliate dalle luci.

Probabilmente ci sono persone, in Italia, che non hanno mai visto la Via Lattea.

E’ una esperienza, la visione della Via Lattea, non la si conoscere per sentito dire, non è sufficiente andare a cercare un video sul web.

Dal tramonto all’alba, ogni notte, feriale e festiva, i Comuni spendono il denaro dei contribuenti accendendo luci bianche, gialle e arancioni. Per illuminare cosa? Viuzze secondarie dove, nel cuore della notte, non passa praticamente nessuno; sentieri di parchi pubblici che, attenzione, non sono accessibili, perché alla sera i cancelli vengono sbarrati. Cancelli chiusi e robusta recinzione, parchi ovviamente deserti, luci accese tutta la notte.

Dove non arrivano le luci piazzate dagli impiegati comunali, arrivano i privati. Villetta, scoperto, quindici metri quadrati di erbetta verde, quindici di marciapiede, quattro, cinque, sei lampade, accese, tutta la notte.

La lampadina, una invenzione utile – non è questo il punto in discussione – piazzata in alti lampioni per illuminare a giorno, da gennaio a dicembre, con pioggia e con sereno, tutte le notti, i parcheggi vuoti dei cimiteri.

E’ questa la buona amministrazione della cosa pubblica?

Per parlare chiaro: milioni di lampadine accese a illuminare i gatti e i grilli, consumano se stesse, in primo luogo – e significa inquinare per produrle, distribuirle, montarle, smontarle, smaltirle – e consumano energia elettrica – e significa centrali elettriche che producono, direttamente e indirettamente, tonnellate e tonnellate di gas serra e di gas tossici.

Il buio è forse un nemico da snidare, perseguitare e distruggere in ogni dove, bombardato da fari allo xeno, lampade a led, e vecchi tubi al neon; oppure è un bene di immenso valore, da conoscere, apprezzare, coltivare, amare?

Il buio è necessario, il buio ha valore, il buio è importante.

Il giorno, inondato di sole, caldo, luminoso, può essere compreso solo a partire dalla notte, fresca, ricca di stelle, pianeti e lune falcate e, soprattutto, buia.

Il buio offre doni speciali a chi lo sa comprendere, a chi ha superato le infantili paure del babau, a chi ha superato e compreso il reale significato di una società <24/7>, fatta di schiavi che sgobbano 24 ore su 24 agganciati alle loro macchine.

<<Il buio ci serve per pensare, ed è qui che il suo sapere risuona con maggior vigore: per concentrarci, entrare in rapporto con il nostro centro>> scrive Francesca Rigotti, filosofa, in un libro di piccole dimensioni, e spiega i danni di un mondo sovrailluminato, e la necessità di mantenere la distinzione tra giorno e notte, per dare senso alle ore con il sole e alle ore con la luna.

Buio.

 

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Legami

Le piante di pomodoro amano crescere abbrancate a dei tutori, e nell’orto ho posizionato dei sostegni a forma di cavalletto, con rami verticali lunghi oltre due metri, che si incrociano a due a due a circa 180 centimetri da terra. Un ramo orizzontale posto sopra collega tutte le coppie e forma una struttura leggera e solida.

I rami derivano dalla potatura dei miei due aceri, che ogni anno cacciano dei nuovi getti sufficientemente robusti per reggere i pomodori. Con un paletto e un martello ho ricavato dei fori nel terreno, e inserito i rami verticali. Quest’anno ho introdotto una novità: mi sono limitato a togliere le foglie secche dai rametti laterali, che però ho lasciato al loro posto. I rametti laterali, sottili e flessibili, sono serviti quali legami naturali per fissare il ramo orizzontale alle coppie verticali. Insomma – come si vede in primo piano nella foto – non ho utilizzato alcun tipo di corda, cordicella o fascetta fabbricata da altri.

La tecnica dei legami costruiti con rametti flessibili è utilizzata in agricoltura da tempo immemorabile e, a quanto ricordo, l’ho appresa e memorizzata da ragazzo osservando dei contadini al lavoro nella vigne. Questa è tecnologia allo stato puro, efficace ed economica, ed è perfettamente democratica, perché può essere applicata da chiunque senza la necessità di dover acquistare qualche cosa. Non solo, i rametti laterali che ho lasciato lungo i rami verticali serviranno ad abbracciare le piante di pomodoro nella loro crescita e a sostenere il peso dei frutti.

L’intera struttura di sostegno è stata prodotta completamente in maniera autonoma, e deriva totalmente dagli aceri del mio giardino, che ogni anno provvedo a potare. Sostegni a chilometro zero, che hanno richiesto solo l’energia delle mie mani per la loro fabbricazione.

I legami naturali fatti con i rametti hanno consentito l’eliminazione di ogni elemento artificiale, anche piccolo, e dunque non producono alcun tipo di inquinamento. In questo modo ho potuto fare a meno anche delle ultime strisce di plastica che avevo utilizzato l’anno passato e che ben difficilmente possono essere riciclate.

Le soluzioni tecnologiche più avanzate ed ecologiche sono, alle volte, sotto il nostro naso, e sono magari collaudate e impiegate da millenni.

 

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Preferisco restare a casa

Nel corso di una conversazione – in riferimento ad un personaggio, ad un evento e al suo valore nel contesto della vita – un giovane commentava concludendo con enfasi: << Ma è andato in elicottero! >>. Il senso era chiaro: il fatto di andare in elicottero rappresentava un elemento rilevante, degno di considerazione, in quanto l’andare con quel mezzo specifico costituiva un valore intrinseco, aggiungeva un evidente valore alla cosa. Andare in un luogo con un elicottero pareva decisamente migliore, superiore, e dunque preferibile, che andare a piedi. Chi viaggiava in elicottero era un “Vip”, qualcosa di diverso, pareva dire il giovane con il suo commento.

Cosa ammirava quel giovane, effettivamente, in chi si sposta in elicottero? Forse la quantità di denaro a disposizione, e dunque la capacità di procurarsi cose costose, e la possibilità di riempire di oggetti case e magazzini. Forse ammirava la stessa ammirazione che suscita chi possiede molto denaro, e dunque apprezzava il plauso della folla, che innalza lodi e invidia.

Ma uno sciocco, anche se accomodato a bordo di una costosa scatola volante, diventa forse meno sciocco di quando stava con i piedi ben calcati per terra? Forse l’ammirazione si rivolgeva al fatto che il bipede in volo può spostarsi a gran velocità, a 200, a 300 chilometri orari, e dunque può coprire grandi distanze in poco tempo, e disegnare il percorso per la rotta più breve, e arrivare prima a destinazione.

Eppure, uno stolto che viaggia a 300 chilometri orari, smette per ciò stesso di essere stolto? Più modestamente, riesce almeno un poco a colmare la lacuna, ed essere un poco meno stolto di prima? La differenza tra uno stolto e un savio sarebbe, dunque, solo una questione di velocità, così che uno stupido che viaggia in aereo, poniamo, a 1.000 chilometri orari, di botto e senza sforzo diventerebbe, per magia, qualcosa di diverso.

Pare di poterlo escludere.

Un esemplare umano, rimane sempre lo stesso esemplare umano, identico identico, sia che cammini per il sentiero di montagna a 5 chilometri orari, sia che passi a 300 chilometri orari a bordo di un costoso treno ad alta velocità. O a bordo di un elicottero.

Anzi, non occorre muoversi da casa, per essere quello che si è. Ad associarsi a questa millenaria tradizione di pensiero, a quanto pare, è anche un eclettico artista, Rinus Van de Velde, che in questi giorni espone le sue opere al Kunstmuseum di Lucerna. Nel suo atelier costruisce installazioni, plastici in cartone che creano piccoli mondi paralleli entro i quali viaggiare con la fantasia, e che diventano set per i suoi film di animazione. La sua visione è racchiusa nel titolo stesso della mostra, in inglese – I’d rather stay at home – che si traduce in un – preferisco restare a casa.

L’ammirazione rivolta a mezzi meccanici di locomozione è forse solo una forma di alienazione, e si attribuisce una parte di quel valore che appartiene solo all’essere umano in quanto tale ad una cosa esterna, e si ammira il mezzo utilizzato – l’elicottero – perché è costoso, perché si sposta velocemente, perché sembra fornire un supplemento di potenza. Ma è pur sempre, e solo, una cosa, un congegno, un banale meccanismo senza vita e senza pensiero. Prima o poi finirà tra i rottami arrugginiti.

Ciò che è umano, e vivo, e capace, troppo spesso si aliena e si sottomette a ciò che è banale ferraglia, e si riduce dunque a meno di ferraglia.

Riconoscere la ferraglia ovunque si annidi, e spezzare le catene mentali fatte di ammirazione non autentica, e trovare in sé e fuori di sé ciò che effettivamente è umano, ciò che effettivamente ha valore.

Andare a piedi per misurare il mondo, andare a piedi per capire.

 

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Passi nuovi – terza parte. Fare la differenza

La vera emergenza, che mette in pericolo la nostra vita, è quella ambientale. Ne abbiamo parlato nei tre video precedenti.

Cosa posso fare io? Questa è la domanda da porre. Chiara, diretta.

La risposta è: tutto. Significa che tutto – tutto quello che avviene come conseguenza di azioni umane – dipende da noi. Attenzione, non un noi generico, ma con un nome e un cognome, dipende da me, dipende da te. Puoi fare la differenza. Il tuo comportamento può fare la differenza: contribuire attivamente alla distruzione della vita sul pianeta (anche la tua vita) aggiungendo il tuo mattoncino di inerzia e complicità; oppure, al contrario, prendere una decisione e cominciare ad agire per cambiare la situazione, passo dopo passo, mattoncino dopo mattoncino. Un mondo pulito è possibile.

Un poco più pulito è possibile da subito. Tu conti. La tua azione è influente. Puoi subito fare pulizia nel tuo mondo, entro la tua borsa, entro la tua casa, entro la tua vita. Adesso.

La tua azione – sommata a quella di migliaia, e milioni di altri – ha un impatto decisivo.

Per questo non è necessario avere l’autorizzazione del governo; non è necessario attendere leggi, normative, decreti legislativi. Intendiamoci: governo e parlamento svolgono un ruolo importante, possono risolvere molti problemi, e possono fare danni enormi. E anche qui puoi giocare alcune carte, perché puoi far sentire la tua voce, protestare, metterti di traverso.

Ma per una lunga lista di situazioni puoi agire subito, immediatamente. Perché in molti settori tutto dipende solo, ed esclusivamente, da te. Sei tu che riempi il carrello della spesa. Una azione che si può fare subito è quella di decidere di scegliere sempre una soluzione più pulita, una soluzione più intelligente, e lasciare perdere le opzioni più sporche e banali.

Due anni fa ho comperato una bottiglia termica (foto sopra), e l’ho selezionata mettendone a confronto almeno una dozzina. Ho speso meno di 10 euro. Ha delle caratteristiche che la rendono preferibile rispetto ad altre simili. In primo luogo è in acciaio inox, che è un materiale piuttosto stabile, e non rilascia sostanze strane. E’ adatta per contenere alimenti. É piuttosto robusta, e dunque non teme i normali assalti. Non è verniciata, e dunque dovrebbe sopportare meglio i graffi del tempo, perché saranno tono su tono. Posso mettere tutta l’acqua che voglio, prendendola dal rubinetto della mia cucina, a costo quasi zero.

Ho smesso completamente di utilizzare bottigliette di plastica. Forse anche tu hai una bottiglia simile, e la riempi di acqua del sindaco. Molto bene. Milioni di persone hanno eliminato dalla loro vita le bottigliette usa e getta, e dunque siamo in buona compagnia. Queste bottiglie termiche hanno una marcia in più rispetto alle semplici borracce, perché sono costituite da una doppia parete. In questo modo, in estate, l’acqua rimane fresca per parecchie ore, e si riduce il fenomeno della condensa.

In inverno, poi, sfoggiano una differenza sostanziale, perché se si riempiono di una bevanda bollente, mantengono per alcune ore una discreta temperatura.

Questa semplice e intelligente invenzione mi ha consentito di avere sempre caffè caldo a portata di mano, così ho smesso di prendere il caffè dalla “macchinetta” e, soprattutto, di dover poi buttare via ogni volta un bicchierino di plastica usato solo pochi minuti. In pratica, tutti bicchierini ancora nuovi di fabbrica. Diciamo, almeno duecento bicchierini in meno ogni anno. Effetto collaterale: si risparmiano, anche, un centinaio di euro, da utilizzare in maniera più astuta.

Ho messo a punto una strategia rapida. Al mattino prendo sempre un caffè, preparato con una caffettiera in acciaio. Invece di prepararne solo una dose, da bere subito, ne preparo tre-quattro, così ottengo il caffè della colazione, e nello stesso tempo una buona scorta che verso nella bottiglia termica, da bere con comodo, o da offrire alle persone amiche. .

Ovviamente si può mettere di tutto, dal tè alla menta, alla camomilla addormenta bambini, passando per la tisana della nonna o il bombardino stile alpino.

Posso fare la differenza. Anche tu.

 

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Un sentiero per passi nuovi – seconda parte

“Cosa possiamo fare noi” è la domanda centrale posta a chiusura di questa seconda puntata. Offro alcune prime risposte ed esperienze personali in questo terzo video, dopo aver analizzato la situazione europea come emerge da una recente ricerca scientifica.

Per avviare il filmato basta cliccare sul link qui sotto, e si possono inserire i commenti tornando su questa pagina e cliccando il fumetto.

Video 3: https://vimeo.com/506533368

 

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Un sentiero per passi nuovi

In un angolo di casa ho trovato un oggetto che, in qualche modo, rappresenta l’attuale condizione del mondo. E’ il simbolo di una crisi.

Ha una forma piacevole, un colore sobrio ed elegante, ha due tasti, all’interno ci sono quattro pile elettriche, è alto 27 centimetri. E’ stato fabbricato in Cina.

Già, ma a cosa serve?

L’umanità, in questo anno 2021, è alle prese con due reali emergenze che ne ipotecano il futuro.

Le risposte ci sono, si tratta di affrontare i problemi e applicare le soluzioni migliori.

Ma noi, personalmente, possiamo fare qualcosa? La nostra azione può essere significativa?

Ho realizzato tre video per esporre il mio punto di vista, per presentare alcune questioni, e alcune risposte concrete.

In questa prima puntata propongo i primi due video, che potete vedere cliccando sui rispettivi link:

Video 1: https://vimeo.com/506480082

Video 2: https://vimeo.com/506528684

Il terzo video uscirà venerdì 5 febbraio.

Si tratta di agire, e di agire insieme, e dunque potete scrivere i vostri commenti utilizzando questo sito: cliccando sul fumetto che appare in alto, vicino al titolo di questo pezzo, si apre la finestra di dialogo.

Un nuovo sentiero ci attira a camminare con passi nuovi.

 

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Quanto noi siamo in grado di darle

Ho riletto una lettera di Hermann Hesse, tratta da un volume che raccoglie una parte delle migliaia di risposte che lo scrittore ha inviato a persone famose come a semplici lettori. Questi ultimi, a volte, narravano le proprie vicende, ponevano domande, e chiedevano conforto e consiglio. Non sono pubblicate le lettere ricevute da Hesse, ma solo le sue risposte.

Propongo alcuni passaggi delle righe inviate a M.W., che mantengono intatta la loro attualità.

Cara M.W. Pur avendo compreso la Sua lettera, non sono in grado di rispondere alle domande che essa pone. Sono domande infantili, come quelle che ci poniamo nei momenti di angoscia, come se ci fosse da qualche parte un’istanza dalla quale ci potremmo attendere delle risposte. Capita a tutti, e le domande infantili “sulla vita” non terminano mai. (…)

L’errore di tali domande e tali lamenti sta presumibilmente nel fatto che noi desideriamo ricevere in dono dall’esterno ciò che soltanto noi stessi possiamo raggiungere dentro di noi, con la nostra dedizione. Pretendiamo che la vita abbia un senso, ma essa ha esattamente tanto senso quanto noi siamo in grado di darle. (…)

Hermann Hesse, Lettera alla signora M.W., 1 giugno 1956.

Diventare adulti è impegnativo. Rimanere adulti è, se possibile, ancora più impegnativo. La vita non è una valle di lacrime, come recitava una antica litania, ma non è neppure un giardino delle delizie dove tutto scorre liscio come l’olio. Le difficoltà, le battaglie, le lotte quotidiane richiedono una notevole energia.

Alle volte ci sentiamo sopraffatti, affaticati, travolti, e una angoscia sottile ci attanaglia, e un nodo si fissa saldo nella gola. Riaffiora, insieme, la tentazione di cercare risposte prefabbricate alle nostre domande, la speranza illusoria di poter trovare una soluzione magica ai nostri problemi. Pensiamo forse, alle volte, che il bandolo della matassa si trovi nascosto chi sa dove, e che si debba cercare nei posti più remoti, oppure aspettare una qualche sorta di catarsi miracolosa.

Ma la risposta è, incredibilmente, semplice. Tutte le risposte sono già nelle nostre mani, nei nostri piedi, nella nostra mente, nel nostro cuore. La natura ci ha già dato in dote tutte le capacità e tutte le possibilità per fare fronte alle nostre necessità materiali e, ancora, a tutte le esigenze interiori.

Tutte le forze sono in noi, tutte le energie sono in noi, tutte le capacità sono in noi. Occorre aprire gli occhi, prenderne atto, e alzarsi sulle gambe e continuare a muovere i piedi e i neuroni, e procedere passo dopo passo.

La risposta che cerchiamo non sarà già bella pronta, confezionata come un pacco regalo, ma sarà magari ancora tutta da costruire, smontata alla rinfusa in tanti piccoli mattoncini colorati. Sta a noi – e lo possiamo fare se solo lo vogliamo – mettere ordine entro le mura della nostra mente, e mettere in fila i mattoncini, e cominciare a costruire la risposta, e poi, una volta abbozzata, portarla a compimento. Ci vuole “dedizione” – dice Hesse – e il termine appare caldo, luminoso e denso. E’ questa una delle fondamentali chiavi di volta della vita.

In primo luogo dedizione a sé stessi, che significa rinnovare costantemente la concentrazione, la focalizzazione su quello che noi siamo, su quella che è la nostra “visione” più autentica. Poi guardare fuori di noi, nel vasto mondo, e come nella immagine posta in apertura, saper ritagliare un pezzetto di cielo, terreno e di durata limitata, variopinto e cangiante, delicato e fragile, e dedicarsi ad esso. Entro quella visione i frammenti colorati trovano una coerenza, perché siamo noi a scegliere il telaio e a fissarlo sul cavalletto, a mettere mano ai pennelli e alle spatole, a scegliere i colori e a stenderli sulla tavolozza in nuove sfumature, a schizzare il disegno sulla tela.

<< Pretendiamo che la vita abbia un senso, ma essa ha esattamente tanto senso quanto noi siamo in grado di darle. >>

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Lugano, Porza, la ruota libera

Domenica. Pomeriggio. Un ragazzo con il casco, e un uomo, pedalano salendo da Lugano, 273 metri sul livello del mare. Porza è più in alto, a 483 metri, e forse i due stanno ingaggiando una piccola gara a chi arriva prima.

In primo piano, parcheggiata, la mia gloriosa mountainbike e, accanto, e poco oltre, paracarri sono posti a restringere la carreggiata della strada in pendenza. E’ un giorno di vacanza, e con la bici si può correre spensierati a caccia di stradine secondarie, di boschetti ombrosi, di vigneti a pochi passi dalla città, di panorami aperti sulle colline, sui monti, sul lago. In salita si deve pestare sui pedali, e lavorare con i cambi, e si smaltiscono le calorie, e i muscoli diventano sodi. In discesa si corre a gara con il vento, e l’aria fischia e accarezza il viso, e bisogna dare di freno, e si vola a ruota libera.

Arriva novembre, ma le temperature sono ancora piuttosto miti, e il sole in questi giorni si è fatto vedere radioso, e le foglie degli aceri sono ancora ben salde al loro lavoro, verdi. La bicicletta anche a novembre è fedele compagna degli spostamenti cittadini, e lo sarà anche a dicembre, a gennaio, e a febbraio. Basta vestirsi. Giacca di peso adeguato alla temperatura esterna e, secondo il caso, sciarpa anti spifferi, guanti, mantella poncho para pioggia. E casco, come sempre, naturalmente.

Nei paesi di campagna, nelle piccole città della pianura veneta, come nelle metropoli, la bicicletta consente di coprire 5 chilometri, tranquillamente, in circa 15 minuti. Nessun problema di parcheggio: si arriva proprio di fronte al negozio, si scende, si lega bene ad un palo o ad un portabiciclette con una bella catena, si compera, e poi via, come il fulmine. Pane, marmellata, caffè, spaghetti, mele e pere? Nello zaino, in spalla, oppure in una borsa ben fissata al portabagagli posteriore.

Costi per il carburante? Zero. Anzi, ci guadagni in tonicità muscolare. Tasse e bolli vari? Zero. Costi di manutenzione? Pochi spiccioli. Costi per il parcheggio a pagamento in pieno centro? Zero. Code, ingorghi, manovre per entrare nel buco libero, baruffe con quello del Suv che ti vuole soffiare il posto, paraurti azzoppati da incontri troppo ravvicinati? Zero.

La bicicletta ci rende liberi. Liberi anche il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, e il sabato.

 

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Il centro del mio mondo

La vita fugge. Lo sapevano gli antichi, lo sappiamo noi oggi. Nulla è cambiato, e la sabbia continua a fluire giù per la clessidra, verso l’ampolla che sta sotto.

Due vie innanzi a noi. La prima, la via della dispersione. E’ la via di chi si arrende alla forza dei venti dominanti, e abbandona la presa, e vola via portato dal vento come una cartaccia gettata in strada. Vola di qua, vola di là, turbina, si ferma, striscia: obbedisce ai venti che soffiano, i venti della massa, i venti dei TG, i venti dei social, i venti delle lobby, i venti delle campagne promozionali, i venti degli sponsor. Segue il copione già scritto – magari senza averne chiara consapevolezza – e magari nella convinzione di essere libero e originale. Canarino in gabbia, canta per il padrone di turno. La vita si riduce a svolazzare di una frasca, senza alcuna direzione: produrre, produrre, produrre; consumare, consumare, consumare. Vita ridotta a mero sopravvivere per inerzia, senza alcun senso determinato e abbracciato, senza lotta alcuna, senza una visione, senza alcuna concentrazione.

La seconda via, invece, è la via della concentrazione.

Il centro del mio mondo sono io. Il creatore del mio mondo sono io. Ogni azione autentica ha radice vitale nella solidità e profondità della propria interiorità. Da coltivare, da coltivare ancora; con pazienza, con tenacia. E’ un tipo di coltivazione che unisce la massima attività possibile, che è sempre attività interiore, con la massima apparente assenza di movimento, ed è una attività ricca, vivificante, piacevole.

Chi la pratica consegue, giorno dopo giorno, una crescita effettiva, il vero e sano sviluppo, lo sviluppo delle migliori, essenziali, qualità umane. La concentrazione si ottiene mediante l’esercizio, con un allenamento costante, con sessioni quotidiane. Parlo della mia esperienza, di una esperienza personale – anche se ho letto pagine sull’argomento – e dunque non si tratta di un metodo codificato, ma della via che ho sperimentato come individuo e trovato salutare.

Ogni giorno, quando possibile al mattino, si dedica mezz’ora, alle volte anche di più, a stare soli con sé stessi, in un ambiente silenzioso, seduti comodamente, ad assaporare il fatto che si dispone di un giorno da vivere. In una prima modalità, si lascia libera la mente, e questa in qualche modo respira, si tonifica, e gli occhi possono essere chiusi, o anche aperti a contemplare un qualche oggetto.

Non si tratta di mettersi a fare piani per la giornata, al contrario, si tratta di lasciare spazio allo sguardo interiore, come quando in montagna ci si siede su una zolla erbosa, di fronte ad un panorama aperto, e si lascia spaziare lo sguardo attorno, libero di contemplare, e accarezza la valle in basso, l’orizzonte lontano, i ghiacciai scintillanti, le cime candide di neve.

Senza sforzo i pensieri fuggono via, e anzi li si lascia volare via lontano, come passeri molesti sempre disposti a saltellare e becchettare e baruffare per ogni briciola, e la mente si scopre sgombra, libera, e le nubi svaniscono pian piano, e si coglie il proprio respiro e la carezza lieve della brezza. Il silenzio delle cime riverbera allora dentro e fuori, e si sfiora un senso di pace, la visione di una vita libera, e leggera una scintilla di felicità.

 

Il cibo che cresce da solo

Il mio piccolo orto selvaggio, ad agosto, ha prodotto più di 12 chili tra frutta e verdura. I soli lavori sono consistiti in una vangatura iniziale, nel distribuire un poco di stallatico in pellet, nel mettere a dimora 12 piantine acquistate, nel seminare alcune verdure, nel posizionare dei tutori, e aggiungere acqua solo quando indispensabile. Basta. Il resto è stato allungare una mano per cogliere.

Ogni tanto sono state tolte alcune erbe spontanee. Nella tarda primavera, al limite dell’orto, ai piedi dei cespugli di confine, sono apparse delle nuove piantine che non avevo seminato. A prima vista erbe non meglio identificate, forse da togliere, ma forse, dalla forma delle foglioline, delle piante ben note e molto interessanti. Come può essere? Da quando nascono da sole? Eppure. Ho voluto assecondare la natura, darle lo spazio che merita, ho atteso, per vedere bene cosa stava crescendo.

Si, erano loro, piante di pomodoro, germogliate senza essere state deliberatamente seminate. Oggi sono alte quasi due metri, e producono grappoli rossi carichi di pomodorini, gustosissimi, e ne offriranno fino a ottobre. Sono diventate la parte più interessante dell’orto, cresciute liberamente, a dire che il cibo cresce da solo. Basta saper riconoscere le foglie.

Fare un orto ha valore? E’ solo un fatto privato?

Mangiare cibo che cresce nel proprio orto è fonte di soddisfazione, soddisfazione di vedere crescere giorno per giorno piantine che hai seminato con le tue mani, cibo sano, senza alcun trattamento chimico. Lo si può servire in tavola fresco fresco, appena colto, con tutto il suo aroma. Andare a raccogliere è un piacere, una piccola passeggiata tra le erbe, senza dover fare la coda al supermercato, senza spendere un centesimo per i sacchetti, per la pellicola trasparente, per i vassoi in plastica. Zero immondizia.

L’orto è piccolo, occupa un angolo del giardino, e vangare sette metri quadri di terra è stato un sano esercizio fisico. Accanto cresce un fico, e fa tutto veramente da solo: fichi neri a profusione, dolcissimi.

Ma una attività così limitata e privata, tenere un orto, ha anche una portata sociale e, se diffusa, globale. Per avere un impatto globale è necessario agire concretamente e localmente. Subito.

Facciamo due conti. Spesso si agisce per abitudine, e raramente ci si mette a riflettere su ciò che significano i nostri comportamenti se proiettati su scala globale. Dodici chili di frutta e verdura, ad agosto, paiono poca cosa, ma proviamo a moltiplicarli per tutti gli italiani, che sono circa 60 milioni.

Una proiezione, ogni italiano coltiva o raccoglie 12 chili: fanno in totale 7.200.000 QUINTALI di frutta e verdura in meno trasportati su e giù per l’Italia.

Quando al supermercato vedo pomodori che vengono importati dall’Olanda – dico, l’Olanda, proprio il tipico paese Mediterraneo – mi vengono i brividi.

Piccola ricerca: un autoarticolato trasporta circa 250 quintali di merce, e dunque, per trasportare 7.200.000 quintali di verdura è necessario caricare 28.800 autoarticolati.

Mia cucina, Chirignago, mio orto, distanza due rampe di scale e 20 metri, a piedi. Distanza mia cucina, Chirignago, Amsterdam, Olanda, 1.297 chilometri (percorso tracciato da Google maps). Caliamoci nei panni di un camionista olandese, che saluta tutti e si mette a perdere una vita smarrito per autostrade, svincoli, aree di servizio, lavori in corso, pattuglie della polizia, viadotti in riparazione a corsia unica, tunnel nelle budella delle Alpi, ingorghi con code chilometriche, incidenti mortali con auto in fiamme, per cosa? Per portare pomodori. Dove, dove? In Italia?

Un autoarticolato, nella migliore delle ipotesi, percorre 3 chilometri con un litro di gasolio, e per viaggiare dall’Olanda ne deve bruciare 432 litri. Dodici chili di pomodori coltivati in Olanda, per ogni italiano, portano a bruciare 12.441.600 litri di gasolio.

Se compero pomodori coltivati in Olanda, divento anche io responsabile dell’intero processo, che implica il trasporto, e la conseguente produzione di monumentali masse di gas tossici e gas serra, sparsi per la Penisola. Un processo perverso.

Ma le abitudini si possono cambiare.

Ora è tempo di rimboccarsi le maniche, e preparare il terreno per le verdure autunnali.